Naziskin, il vento che fa tremare l’Europa

Dalla Polonia fino a Nuova Ostia, dall'Ungheria fino ai militanti di Como: l'ultradestra nazionalista sta tornando ed è sempre più evidente

Foto di Mar Photographics/Alamy Live News

Naziskin locali irrompono in assemblee pubbliche per leggere i loro volantini replicando metodi squadristi ed intimidatori che non si vedevano da anni. Fascisti del terzo millennio sbarcano in televisione. La triste normalizzazione del fascismo è un dato di fatto che spaventa in lungo ed in largo mentre l’Europa è attraversata da un ritorno, ora palese, di sentimenti che i più pensavano sconfitti da decenni. Certo le realtà attente a denunciare questi “venti” non sono mai mancate, purtroppo sono state costantemente derise e l’antifascismo sottovalutato.

Così, guardando al nostro Vecchio Continente, piano-piano, negli ultimi sei/sette anni, abbiamo visto l’affermazione di Alba Dorata in Grecia, le trasformazioni del Front National in Francia, le marce nostalgiche a Dresda in Germania, e infine la crescita “politico-istituzionale” del così detto “blocco di Visegrad” guidato da Orban e dalla “sua” Ungheria.

Proprio guardando all’Ungheria sul sito dell’ANPI possiamo trovare un articolo molto interessante che aiuta a capire molte delle radici del nuovo nazi-fascismo nell’est Europa: “Con l’ingresso dell’Ungheria nell’Unione Euopea nel 2004 si andava completando un lungo processo di occidentalizzazione del paese cominciato con la formazione del gruppo di Visegràd (1991-1993), con l’ingresso nell’OCSE (1996) e con l’adesione alla NATO del marzo 1999 e con il frettoloso apparentamento fra i partiti del Paese e le famiglie politiche UE, col risultato che Fidesz, la formazione conservatrice di Viktor Orbàn, poté entrare immediatamente nel Partito Popolare Europeo (PPE).

Negli ultimi anni complici la crisi economica, la debolezza dell’UE, il dramma dei migranti e una nuova composizione giovanile, abbiamo assistito al ritorno di organizzazioni – ufficiali e non – che hanno tracciato un filo conduttore retto dal perno della “sovranità” e sulla linea del colore della pelle. Tra populismi, fine della socialdemocrazia, crisi economica strutturale e cambiamenti sociali, la crescita e il ritorno dei fascismi oggi è un dato di fatto.

La fotografia in Polonia dell’11 novembre è un’immagine che ha fatto il giro del mondo e che ci ha dato la netta percezione di quanto il momento è preoccupante: nel giorno in cui la Polonia festeggia l’indipendenza ottenuta dalla Germania nel 1918, oltre 60.000 militanti neonazisti hanno marciato compatti. Polacchi, ma non solo: tra loro frange della destra radicale europea e si sono visti Tommy Robison, ex leader della England Defence League, e Roberto Fiore di segretario di Forza Nuova.

L’appuntamento dell’11 novembre si è pian piano imposto nell’agenda della Polonia infatti la prova di forza della piazza non avviene all’improvviso: questo tipo di appuntamento cresce senza sosta dal 2009. E anche alle urne, in continuità con la vicina Ungheria, in Polonia i voti viaggiano veloci verso destra: nell’ottobre del 2016 l’ex premier Jaros Kaczynski, segretario del partito di estrema destra anti-Ue e anti-migranti ‘Diritto e giustizia’ (Pis), ha vinto le elezioni con lo slogan “il paese ha bisogno del cambiamento”. Così è quasi naturale che la marcia dei 60mila per ministro dell’Interno Mariusz Blaszczak “sia stata un bel colpo d’occhio”, mentre la tv di stato Tvp descriveva manifestanti con bandiere che chiaramente richiamavano i nazisti degli anni ’30 come «patrioti che hanno espresso il proprio amore per il Paese».

E all’Ungheria come alla Polonia guardano e “studiano” partiti in ascesa come lo sloveno L’Sns, gli spagnoli – in questo periodo attivissimi sulla questione catalana – di Democracia National e naturalmente, l’NPD tedesco. Reti politiche talvolta in disaccordo ma di base unite da una propria visione della politica sia all’interno del quadro “istituzionale” sia, soprattutto, nei luoghi e nei territori impoveriti; in tutte quelle zone dell’est Europa, ci sono decine e decine di luoghi come Nuova Ostia, luoghi in cui le organizzazioni fasciste cercano la ricomposizione “nazionale” tra giovani e meno giovani. E poi, oltre ai territori, sono centinaia di migliaia gli ultràs europei che utilizzano la curva come strumento politico, consapevoli delle potenzialità di un luogo come lo stadio.

Che poi a ben vedere il fenomeno polacco e il volano che le destre hanno negli stadi non sono dissimile da quel che accade anche dentro la penisola italiana. Gli stadi, nella trasformazione costante delle città e nella cancellazione progressiva dello spazio pubblico e quindi dei luoghi di incontro e confronto restano uno dei pochi luoghi dove l’aggregazione di massa è possibile e quindi restano tra i pochi luoghi di propaganda diretta. Non a caso, per i prossimi mondiali di Russia, molte delle organizzazioni “di strada” legate alle politiche del blocco di Visegrad stanno già organizzando il loro arrivo nella detestata ex Unione Sovietica.

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