Che Guevara moriva 50 anni fa, un mito “bello e tragicamente romantico”

Parla Jon Lee Anderson, il cronista biografo che fece scoprire il corpo del guerrigliero in Bolivia. "Mentre la tv entrava nelle nostre case, il suo look si imponeva: il suo fascino è eterno", racconta

Si dice che le ultime ore di vita di Ernesto Guevara nato a Rosario, in Argentina, nel 1928, siano state come una lucida allucinazione. L’ultimo respiro, è la più recente ipotesi a cui è giunta la storiografia dopo un’infinità di controversie, avvenne tra le cinque e mezzo e le sei di mattina di lunedì 9 ottobre, quando un colpo di pistola ravvicinato al cuore scandì l’amen. Ma le prime pallottole, quasi certamente, lo avevano raggiunto il pomeriggio precedente sulla Quebrada de Churo, in Bolivia. Catturato dai rangers boliviani, fu trasportato in una baracca a La Higuera, dove trascorse la sua notte dell’addio. Non fu sedato, sanguinò e meditò fino all’esalazione.

Il suo corpo sarebbe stato ritrovato solo trenta anni dopo, esumato da una fossa comune, per essere portato a Cuba, e, al termine di una maestosa celebrazione, inumato a Santa Clara, dove il genio militare del Che era stato decisivo per la vittoria contro Batista. I suoi resti, con ogni probabilità, si troverebbero ancora nei pressi della pista di atterraggio di Vallegrande, se non fosse stato per il contributo di Jon Lee Anderson. Californiano, classe 1957, giornalista del New Yorker, dal 1992 visse per tre anni a Cuba, dove ha redatto la monumentale biografia Che. Una vita rivoluzionaria, pubblicata per la prima volta nel 1997 e ora riedita da Feltrinelli.

Anderson, tra le altre cose, ha il merito storiografico di aver scoperto la vera data di nascita dell’ex medico argentino: il 14 giugno e non un mese prima, come si era sempre pensato. Dopo L’Avana, nel 1995, si diresse in Bolivia, sui luoghi della morte del rivoluzionario. Qui, come racconta nella prefazione del volume, incontrò Mario Vargas Salinas, un generale in pensione che aveva avuto un ruolo di primo piano nella sconfitta del Che e dei suoi uomini. Il militare rivelò al cronista ciò che le gerarchie cubane e la famiglia Guevara chiedevano di sapere da decenni: dove si trovasse il cadavere del Che, notizia che nei giorni successivi sarebbe stata condivisa con il mondo sulle colonne del New York Times.

Che Guevara aveva di nuovo un corpo, come spetta agli eroi. Già celebrato, sin dal ’68, con musica, film e nelle piazze di tutto il mondo, la sua icona diveniva ancora più potente. Cinquanta anni dopo, terminato anche il tempo dei fiumi di persone alle manifestazioni No Global e morto l’amico Fidel, mentre il socialismo si dimena tra irrilevanza e istituzionalizzazione, la bandiera del Che, salvata dalla vocazione suicida alla rivoluzione permanente, ha ancora vento alle spalle per garrire. Abbiamo chiesto come sia stato possibile a Jon Lee Anderson, che a questo mito, con serietà e senza indulgenze, ha contribuito.

Partiamo dalla fine. Morire in quel modo “quanti punti” ha dato al Che?
La morte del Che ebbe l’effetto opposto rispetto a quanto i suoi assassini si erano prefissati. Il suo omicidio fu mitizzato, e lui divenne il santo patrono di ogni causa rivoluzionaria nel mondo. Ha a che fare con la natura di quella morte, che trasformò una sconfitta militare nel più nobile sacrificio.

Altrettanto importante, scrivi nella tua biografia, fu la sua “resurrezione”, la riesumazione del cadavere, in cui tu svolgesti un ruolo fondamentale.
Fu un’esperienza indimenticabile per me, sia come uomo che come giornalista. Non solo riuscii a svelare una storia coperta da metri di terra, ma partecipai in prima persona alla scoperta dei resti dei desaparecidos, e al ritorno dei loro corpi dai familiari. La ricerca del cadavere del Che e dei suoi compagni ha anche contribuito a accendere una luce sul lungo periodo buio che la Bolivia visse durante la Guerra Fredda e la dittatura militare, in cui molte persone sparirono nel nulla.

Più volte paragoni la figura del Che morto al Cristo. Da cosa nasce nella tua testa questo impegnativo parallelo?
Per le suore dell’ospedale di Vallegrande, in cui il Che fu esposto alla vista di tutti, prima che i militari lo facessero sparire in gran segreto, sembrava proprio il Cristo. Questa osservazione presto si diffuse in città, soprattutto tra le donne, alcune delle quali presero una sua ciocca di capelli, o i suoi vestiti, e iniziarono a venerarlo come una figura sacra. C’era qualcosa nella sua storia – il suo errare nella selva, la lotta a favore dei poveri e dei rinnegati – che rimanda subito alla narrativa su Cristo. Questa prospettiva, dalla Bolivia, ha poi fatto il giro del mondo, quando le foto del suo corpo morto steso nella lavanderia hanno iniziato a circolare. L’intellettuale John Berger ha scritto che l’immagine del Che morto rimanda in maniera inspiegabile al Cristo morto del Mantegna.

Oltre alla morte violenta, al sacrificio, e a qualche dettaglio nel look, il Che e il Cristo condividevano doti o aspetti della particolarità?
Alla fine, oltre ogni immaginazione, penso che ci fosse qualcosa della figura di Cristo anche nel fervore del Che, nella sua consapevolezza sociale e indignazione per ogni ingiustizia, nella sua volontà di sacrificio. Sono queste doti che gli hanno conferito l’appeal che tutti gli riconoscono, anche tra i suoi nemici. La sua onestà atavica è qualcosa che è sempre stata associata anche alla storia di Gesù di Nazareth, ed è uno dei motivi dell’ammirazione del mondo per lui.

Hai scritto il tuo libro, dichiari, per diradare alcune ombre sul Che e poterne dare un giudizio più onesto e corretto. Qual era la più grande con cui ti sei confrontato?
La maggiore area grigia per me era rappresentata dal fatto che non riuscivo a capire come fosse iniziato esattamente il percorso che lo aveva portato a diventare il Che: come aveva fatto questo benestante ragazzo argentino a diventare uno dei più determinati e implacabili rivoluzionari del ‘900? A cosa era dovuta la sua trasformazione? Studiando la sua adolescenza, seguendo i suoi passi, e avendo accesso alle sue carte private, mi sembrò di iniziare a “sentire” quell’uomo, e di capire che aveva preso quella strada per via di una enorme, e sempre crescente, indignazione per le ingiustizie, un eterno desiderio di fare del bene in qualche modo, di vivere una vita eroica, e, da ultimo, l’adozione di un’ideologia – il marxismo – che gli aveva dato delle lenti in bianco e nero con cui capire e interpretare il mondo e la storia.

Quanto era consapevole del suo ruolo e della leggenda che attorno a lui stava montando?
Il Che era la persona che Ernesto Guevara de la Serna aveva deciso di diventare. Lui era il figlio di una buona famiglia argentina, che avrebbe potuto sposare una donna benestante, e vivere da dottore a Buenos Aires, o come uno di quei poeti per diletto che infestano le strade di Parigi; ma scelse una vita eroica, da rivoluzionario, dopo essere diventato devoto alla lotta armata e al socialismo, come soluzione per le ingiustizie del mondo. In questo senso, ha trasformato il Che in una specie di super-uomo: era quello che voleva essere, e la sua morte ha consacrato la vita che lui ha vissuto e gli ha spalancato le porte del mito. Per la gente comune il Che esiste come icona: un eroe per alcuni e un inguaribile idealista per altri, per tutti la storia della sua vita è quella di una tragedia romantica. Il Che è un Icaro contemporaneo, che è volato troppo vicino al sole in un eccesso di fiducia e confidenza giovanile.

Hai parlato con molti amici, conoscenti e anche avversari del Che. Hai trovato un tratto comune nel riferirsi a lui?
Il Che aveva un’intelligenza molto sviluppata, era erudito, aveva un’arguzia e un umorismo tutto argentino, e amava da matti condividerlo con le persone a lui vicine. In generale si confrontava molto con gli altri quando viaggiava, rilasciava interviste, riceveva visitatori da fuori, come Sartre e de Beauvoir. Molti cubani avevano a che fare tutti i giorni con lui, e anche chi ci discuteva, come Carlos Rafael Rodriguez, ne trovava del piacere. Ma il Che non era un uomo dai molti amici stretti e dal poco tempo libero, ma uno che ogni giorno, ovunque fosse, tendeva a circondarsi di persone che gli fossero subalterne, che fossero state con lui fin da ragazzino e che condividessero i suoi propositi rivoluzionari. Per la maggior parte non erano né ben educati né colti, ma erano membri del suo gruppo, e avevano lo stesso background di esperienze pratiche di chi ha condiviso il campo durante la guerriglia. Se c’è un filo comune tra le persone che frequentavano il Che, è rappresentato dal rispetto che avevano per lui. Che gli fossero vicini o distanti, lo ammiravano.

Sul suo rapporto con Fidel si è detto di tutto. Qual è la verità?
Il Che era quasi mistico nella sua devozione agli ideali della rivoluzione, che condivideva con Fidel.  Si sentiva profondamente legato a lui, con un’intensità che le persone di solito non raggiungono. E lui lo raccontava senza problemi, era assolutamente trasparente nell’esporre le sue emozioni. Non era un diplomatico, né un politico, in altre parole. Nel bene e nel male. Fidel era un oratore speciale, un seduttore di persone, e un politico di rango e un astuto stratega. Erano complementari, e questo si vide durante i successi rivoluzionari, soprattutto nella Sierra Maestra, durante i primi mesi della guerriglia. Probabilmente, la mancanza di malizia e il “candore” del Che, qualità che Fidel ammirava, lo misero nei guai, quando iniziò a criticare l’Unione Sovietica, che stava finanziando Cuba, ormai isolata e minacciata dagli Stati Uniti. A quel punto Fidel non poteva più difenderlo come membro del governo sull’isola, ma inventarono un piano per continuare a lavorare assieme anche quando il Che se ne andò, prima in Congo e poi in Bolivia, per innescare nuove rivoluzioni. Erano compagni per via del comune obiettivo di instaurare la rivoluzione socialista internazionale.

Perché proprio il Che, tra tanti rivoluzionari, è divenuto un’icona pop?
Il Che era tremendamente bello, questo è il vero motivo per cui la sua immagine è esplosa e noi abbiamo visto l’esaltazione della sua faccia sulle t-shirt e un po’ ovunque. Era affascinante in cui maniera in cui Enver Hoxha non sarebbe mai potuto essere. Divenendo una figura pubblica e morendo in quella maniera, nella stessa decade in cui la cultura pop e la televisione divenivano padroni, il look del Che – il basco, il sigaro, i capelli lunghi e la barba incolta – e la sua ribellione conclamata, ne fecero il poster perfetto per le camerette dei ragazzi, in un’era di non conformità e di disprezzo verso lo status quo.

Dopo essere entrato così in profondità nella vita di un personaggio così famoso e polarizzante, in definitiva, si finisce più per apprezzarlo o per prenderne le distanze?
Il Che è una figura straordinariamente avvincente. Questo è ciò che mi ha attratto di lui, e questo fascino nei suoi confronti, dopo averlo studiato a lungo, rimane forte quanto prima.

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