Ricordare tutto: gli italiani che cacciavano gli ebrei per conto dei nazisti

In Italia erano erano tantissimi i collaboratori, chi irregolari chi inquadrati nelle bande fasciste direttamente agli ordini della Repubblica Sociale Italiana.

Karl Otto Koch, ufficiale delle SS


Via Albania, civico 34, Milano: qui nel 1944 c’era l’”ufficio” di Mauro Graziadio Grini, ebreo, delatore e spia stipendiato dalle SS. In ogni storia ci sono nomi, date e indirizzi da mandare a memoria, per non dimenticare. E racconti in cui addentrarsi affinché ciò che è stato torni a palpitare a livello di coscienza, fino a farsi richiamo a un ‘mai più’ tanto necessario quanto vanificato ogni giorno da politici per i quali ‘il fascismo ha fatto anche delle cose buone’ e da smemorati che si divertono a fare falò di fantocci umani.

Ecco perché è utile ricordare, approfittando di ricorrenze come la giornata della memoria, personaggi che altrimenti sarebbe sacrosanto destinare al cimitero dei ricordi. Eccolo Mauro Graziadio Dini, un vero farabutto dedito alle estorsioni, che lavorava per i tedeschi e fece arrestare decine se non centinaia di ebrei, dal nord-est, a Venezia soprattutto, a Milano, dove si mise a disposizione totale di Otto Koch che, per la sua ferocia, era stato soprannominato dai suoi stessi commilitoni Judenkoch, il «cucinatore di ebrei». Secondo le sentenze della Corte di Assisi di Milano del 1946, Grini era regolarmente stipendiato dalle SS, che gli avevano fornito il porto d’armi e una tessera di identificazione. La sua specialità era avvicinare gli ebrei facendosi seguire da un’altra spia, che avrebbe poi effettuato il “prelievo”. Almeno 600 gli ebrei fatti arrestare da Grini, che riceveva 7000 lire ad essere umano.

Un mostro? Di Grini in tutta Italia ce n’erano tantissimi, chi irregolari – spesso criminali comuni – chi inquadrati nelle bande fasciste direttamente agli ordini della Repubblica Sociale Italiana. A Roma, durante l’occupazione nazista, le ripercussioni delle Leggi Razziali del ’38 furono decisive. In tutta Italia gli ebrei erano perfettamente integrati nella società italiana, e non mancavano le famiglie ebree borghesi e altolocate come si potevano trovare famiglie ai margini della società, nei quartieri e nelle borgate. Proprio queste, impossibilitate a lasciare per tempo il paese e incapaci di leggere con anticipo l’evoluzione della storia, capirono il pericolo e il dramma solo quando toccarono con mano la violenza nazista e fascista. Per gli ebrei più poveri quindi, con meno conoscenze o semplicemente con famiglie molto numerose, non vi era altra scelta che quella di rimanere nascosti nelle proprie città. E molti furono venduti ai nazisti. Ma – secondo il “Libro della Memoria” – almeno il 40% degli ebrei trovò rifugio da altre famiglie: Liliana Levi e sua figlia ad esempio furono salvate dalla caccia dei collaborazionisti e delle SS vicino a Roma da una famiglia che le accolse dicendo: “Entrate, entrate. Ci fucileranno assieme.”

Nel periodo della Repubblica di Salò crebbero a dismisura “gruppi”, “legioni” e “reparti speciali” alle dirette dipendenze dei tedeschi, che di base si occupavano di stanare antifascisti ed ebrei. Manipoli di uomini mossi dal furore ideologico fomentato dalla stampa che, dal 1938 in poi, era instancabile nell’indicare negli ebrei un pericolo mortale per il fascismo.

Se Kappler a Roma scelse di affidarsi a diverse bande che venivano poi pagate “a cottimo”, con i collaborazionisti che spesso conoscevano le vittime e le facevano arrestare, Koch a Milano scelse la via dei collaboratori singoli, come Grini. Per tutti gli ebrei arrestati il viaggio era lo stesso: dopo il prelievo (l’arresto) venivano portati nella sede della Gestapo Locale per essere torturati, spesso dai tedeschi ma a volte da italiani, e fare i nomi e gli indirizzi di altri ‘giudei’. Uniche alternative alla delazione la morte o la deportazione in un campo di concentramento.

Chi a tutto questo ha resistito, ha le idee molto chiare su ciò che è stato: “nella storia” dice Liliana Segre sopravvissuta ad Aushiwtz e appena nominata senatrice a vita “la cosa peggiore per un essere umano è di essere un carnefice del proprio simile”.