Quando le bombe diventano fioriere e gioielli

Da Sarajevo al Laos: creare bellezza con qualcosa che ha seminato morte, ma soprattutto produrre ricchezza con qualcosa che ha affamato e distrutto.

Nella città vecchia di Sarajevo ci sono artigiani che trasformano le armi in souvenir e oggetti di uso quotidiano. A metà degli anni ’90, dopo la fine della guerra in Bosnia, moltissimi territori erano disseminati di pezzi di granate, razzi e bossoli. Kenan Hidić e altri artisti e negozianti locali hanno iniziato a raccoglierli e a dare loro una nuova funzione: i proiettili sono diventati penne a sfera e i gusci degli ordigni fioriere. Certo, magari portarseli in aereo non è una buonissima idea, ma il simbolismo è fin troppo chiaro: creare bellezza con qualcosa che ha seminato morte. Forse però è meno scontata la filosofia imprenditoriale alla base di questa operazione: produrre ricchezza con qualcosa che ha affamato, massacrato, annientato. Costruire con qualcosa che ha distrutto.

Nelle campagne del Laos ci sono contadini che trasformano le armi in gioielli. Dal 1964 al 1973, durante la Guerra del Vietnam, sul piccolo paese asiatico sono state sganciate 270 milioni di bombe a grappolo. Quasi un terzo sono rimaste inesplose, tanto che la maggior parte dei terreni non sono coltivabili e chi va nei campi rischia ogni giorno la vita. Ma gli ordigni disinnescati sono diventati una risorsa per la popolazione, che neutralizza le bombe, fonde il metallo e lo riutilizza per costruire cucchiai e altri utensili da cucina.

La designer newyorkese Elizabeth Suda ha visto l’abilità dei laotiani nel plasmare oggetti da quei frammenti di devastazione e ha pensato di applicarla alla produzione di gioielli. All’inizio la gente del luogo era scettica, pensava che nessuno avrebbe comprato una collana fatta con le bombe. Ma la nascita di Article22 dimostra il contrario: ora la società ha una collezione di lusso, non ha mai dimenticato la sua origine e il suo scopo, come era scritto sul primo braccialetto: “sganciato e fatto in Laos”.

Nel villaggio di Bil’in, vicino Ramallah in Palestina, c’è una una donna che nel 2013 ha trasformato i candelotti dei gas lacrimogeni in vasi da fiori. Ha creato un giardino, contro il muro di separazione che divide il territorio palestinese da quello israeliano. Per un anno insieme ai vicini, ha raccolto migliaia di granate chimiche lanciate durante gli scontri sulla linea verde e le ha trasformate in un messaggio di pace, di protesta creativa. Di costruzione dalla distruzione.