Per favore, non associate gli ebrei con la memoria

La celebrazione fa focalizzare sul passato, aiuta a farne tesoro, a custodirne e tramandarne le storie e il significato. E a guardare al domani più forti, più consapevoli, grazie agli errori, alla sofferenza e ai successi.

Il Memoriale per gli ebrei assassinati d'Europa, progettato dall'architetto Peter Eisenman

Noi non siamo il popolo della memoria.

Non siamo persone che si fermano a piangere davanti a reperti storici conservati dentro a una teca.

Non siamo popolo da museo, gente che si dà pacche sulle spalle, che si consola con un c’era una volta…

Noi non possediamo il concetto di ricordo fine a se stesso.

Il ricordo che riesce a fare svegliare immutati il giorno dopo, non fa parte del nostro retaggio.

Non amiamo le commemorazioni, le frasi di circostanza, il cospargimento di ceneri sulla testa, un lutto che si protrae oltre al tempo stabilito per legge.

Il nostro calendario segna date in cui ricordare il santuario distrutto, in cui piangere per il periodo d’oro della nostra storia, andato perso. All’inizio della giornata ci sediamo per terra, recitiamo lamentazioni, riportiamo alla memoria eventi tristi, scene di distruzione agghiaccianti. Ma a metà digiuno ci rialziamo, asciughiamo gli occhi e preghiamo che su quelle lacrime venga costruito qualcosa di nuovo, di migliore, che le macerie passate fungano da base per qualcosa di livello superiore a ciò che è andato distrutto.

Da noi il cimitero si chiama casa della vita, un luogo in cui riposa chi ha lasciato questo mondo, ma anche un posto di monito, di riflessione, in cui i vivi interiorizzano e rammentano il vero scopo per cui sono stati creati e il dovere di ognuno di fare buon uso di ogni attimo di vita concesso.

La memoria ebraica non è ricordo fine a se stesso.

La memoria ebraica è ricordo che porta al rinnovamento.

A Pesach, quando raccontiamo il miracolo dell’uscita dall‘Egitto, mangiamo la matzà, il pane azzimo, per ricordare la fretta con cui il popolo ebraico era scappato dalla schiavitù d’Egitto, intingiamo le erbe amare, per riportare alla memoria la durezza di essere asserviti a qualcun altro. Ma poi è la libertà che celebriamo, la nostra capacità e desiderio di mantenere oggi valori, ragionamenti, usi e costumi al di là di chi vorrebbe tutti omologati.

La celebrazione fa focalizzare sul passato, aiuta a farne tesoro, a custodirne e tramandarne le storie e il significato. E a guardare al domani più forti, più consapevoli, grazie agli errori, alla sofferenza e ai successi.

La memoria da noi serve per camminare meglio domani.

Non esiste vissuto che non possa trasformarsi in trampolino di lancio, anche le basi più dolorose possono essere il prossimo passo in avanti.

Come corridori su percorsi della storia, studiamo le corse passate per potere correre al meglio la prossima gara.

La parola zecher, ricordo, ha la stessa radice di rakaz, concentrazione. Ricordiamo il nostro vissuto e ci concentriamo affinché i giorni passati possano aiutarci a vivere nel modo migliore quelli che devono ancora venire.

Nelle date in cui ricordiamo i nostri cari, non ci fermiamo solo a guardare con le lacrime agli occhi le loro fotografie. Riuniamo persone a studiare, pronunciamo benedizioni e compiamo atti di bontà in nome del caro scomparso, cercando di dare continuità a quello che la morte ha interrotto.

Se oggi state per varcare la soglia di un memoriale, se state per ascoltare la testimonianza di un superstite, se state aprendo le pagine del diario di Anna Frank o state piangendo per i nostri morti, per favore fatelo seguendo le regole ebraiche, rispettando i nostri criteri di celebrazione.

Ascoltate per imparare, leggete per riflettere, elaborate un cambiamento interiore che duri nel tempo.

Nella storia declinata all’ebraica, il tempo passato corre sempre con il presente. Il passato rimane in sospeso se non si trasforma in respiro.

Il ricordo serve perché i figli completino ciò che i padri hanno lasciato incompiuto.

Memoria è generazioni che ricostruiscono ciò che i predecessori hanno distrutto.

Commemorare è trasformare un sospiro in un futuro migliore.