Pamela Mastropietro non è stata uccisa da “i nigeriani”

La sostituzione etnica di cui tanto si parla, non sarà mica quella cosa che fanno giornalisti, politici e razzisti, quando appellano le persone per nazione? Sembra un’ottima scusa per evitare di ragionare di altro.

Pamela Mastropietro


Provando a fare su Google un’analisi quantitativa dei termini ricorrenti nelle testate giornalistiche online che stanno trattando le vicende di Macerata, a partire dalla morte di Pamela Mastropietro in poi, si scopre che all’8 febbraio 2018 l’espressione “il nigeriano” associata al nome e al cognome di Pamela ricorreva 143mila volte. L’espressione “lo spacciatore” insieme a nome e cognome della giovane, circa 21.400 volte. L’utilizzo della nazionalità per nominare Innocent Oseghale, il primo pusher a essere stato incriminato in relazione alla morte della giovane, con l’accusa di vilipendio e occultamento di cadavere, ricorre in articoli di tutte le principali testate italiane online.

La situazione non è cambiata quando gli spacciatori arrestati, da uno, sono diventati tre e poi quattro. Le occorrenze in cui è comparsa l’espressione “i nigeriani” parlando del caso di Pamela erano oltre 13mila al 12 febbraio 2018. Un curioso caso di “sostituzione etnica”, lo si potrebbe chiamare: sostituiamo ogni altra informazione pertinente con l’unica che sembra interessare: la nazionalità straniera.

Potrebbe darsi che qualcuno a questo punto si stia chiedendo: “Quindi? Se sono davvero nigeriani, qual è il problema?”, tanta è l’assuefazione, da parte dei lettori non meno che dei giornalisti italiani, a questo tipo di aggettivazione. Eppure, come spiega Elisa Marincola portavoce dell’associazione Articolo 21, «si tratta di una pratica, sebbene non formalmente sanzionabile – neanche il famoso titolo Bastardi islamici di Libero lo era – deprecabile fuor di ogni dubbio, perché inserisce, all’interno di una notizia, un dato che non soltanto non è in alcun modo rilevante ai fini della notizia stessa, bensì che distrae da essa». Pamela Mastropietro non è morta perché ha incontrato uno o tre nigeriani. È morta dopo aver incontrato tre spacciatori. In attesa della chiusura delle indagini prima, e del processo poi, è ancora d’obbligo utilizzare il condizionale sul fatto che siano o meno degli assassini. L’unica certezza è che l’incontro fra Pamela e i suoi presunti carnefici è avvenuto per cause legate allo spaccio di eroina, e non alla loro nazionalità. Eppure, questa fondamentale differenza, nonostante ore di formazione professionale obbligatoria, sfugge ben prima che all’opinione pubblica, a chi la cosiddetta opinione pubblica ha il ruolo e il potere, volente o nolente, di orientarla, attraverso l’uso delle parole.

Niente che non si sia già visto. Nel 2007, dopo il brutale stupro e assassinio di Giovanna Reggiani, avvenuto nella stazione di Tor di Quinto a Roma, in Italia esplose il dibattito sulla sicurezza, con le stesse dinamiche mediatiche che di lì in poi si sono consolidate: nonostante le statistiche chiarissero già che il luogo più pericoloso per una donna sono le mura di casa, e che è molto più probabile morire uccise dal proprio partner che da un estraneo incontrato per strada, fu proprio sul concetto di ‘sicurezza’ messa in pericolo dagli immigrati che l’allora candidato sindaco Gianni Alemanno, ex militante del Movimento Sociale Italiano erede della Repubblica di Salò, non solo animò tutta una campagna elettorale ma dettò la linea per l’intero dibattito politico, con l’avversario di allora Francesco Rutelli e tutto il mondo dei media a fargli da spalla. Fu una scelta vincente: Alemanno ottenne la poltrona di sindaco di Roma e mantenne la carica fino al 2013.

Oggi, alle soglie di un’elezione nazionale per il rinnovo di Parlamento e Governo, non sappiamo ancora quale sarà il capitale elettorale che chi insiste su questo tipo di narrazione raccoglierà. Sappiamo però che è innegabilmente a questo tipo di rappresentazione che si è rifatta, portandola all’estremo, la rappresaglia armata di un nazifascista che con indosso la bandiera tricolore ha agito con modalità e motivazioni pericolosamente simili a quelle dei cani sciolti che agitano invece la bandiera dell’Isis, mirando non agli spacciatori dei Giardini Diaz a Macerata, come forse avrebbe fatto un vendicatore solitario comunque criminale, ma a persone di colore a caso, come invece solo un razzista può fare. E lo stesso si può dire dell’atto di violenza nei confronti della Presidente della Camera Laura Boldrini, la cui immagine offesa è stata esposta sui social con l’augurio di essere “sgozzata da un nigeriano inferocito”.

A qualcuno interessa parlare di spaccio e tossicodipendenze? La domanda cui nessun politico ha risposto in questi giorni, perché nessuno gliel’ha posta, è perché nel 2018 giovani donne e uomini, in alcuni casi adolescenti, debbano ritrovarsi esposti allo spaccio criminale di eroina, e al degrado e alla violenza che ad esso si accompagna. Nella vicenda di Pamela, questa violenza è sfociata in ferocia assassina. Ma il suo non è un caso isolato. Appena pochi mesi fa, la giovane Sara Bosco è stata trovata morente dalla madre in un padiglione dell’Ospedale Forlanini a Roma, dopo essere scappata da una comunità. Anche lei è morta in mezzo a dosi di eroina e spacciatori, uno dei quali è indagato per omicidio volontario. Valeria Ruggiero morì a Roma nel 2014 dopo essere scappata da una comunità di Civitavecchia. L’uomo che le diede la dose fatale è oggi sotto processo. A Genova nell’ultimo anno, quattro donne sono morte per overdose. L’ultima, Sonia G., 26 anni, è deceduta neanche un mese fa davanti agli occhi del figlio di 3.

I dati forniti dalla Relazione al Parlamento sullo stato delle Tossicodipendenze in Italia per il 2017 dicono che dopo un decennio di costante decremento – dal 2,5% all’1,3% fra il 2006 e il 2015 – nel 2016, data dell’ultima rilevazione, il consumo di eroina fra i giovani è di nuovo aumentato: l’1,5% degli studenti ne ha fatto uso almeno una volta, cifra pari a quasi 37mila persone. Circa 17mila giovani riferiscono di farne uso 10 o più volte al mese. Se la procurano dallo spacciatore principalmente, ma il 23% degli intervistati ha riferito di trovarla anche a scuola.

Non siamo più negli anni ’80 e le preoccupazioni legate alle tossicodipendenze giovanili si ampliano all’uso di molte altre sostanze, dalla cocaina alle cosiddette “Nuove Sostanze Psicoattive” (fra cui ketamina e SPICE), all’uso problematico della cannabis, che è problematico, fra gli altri, per un motivo: perché fin quando il consumo di sostanze non sarà legale e non interverranno misure utili a neutralizzare la domanda di spaccio criminale, continueranno a esistere piazze come quella di Macerata, e di mille altre città italiane, dove acquistare hashish per farsi un paio di canne significa esporsi (consapevolmente, quindi non senza un grado di responsabilità) a una catena di abbrutimento che risale in alto fino ai vertici del narcotraffico internazionale, e arriva a inglobare, senza contrasto alcuno che non sia di polizia o meramente carcerario – molto significativo al proposito il tweet di Renzi su “10mila tra carabinieri e poliziotti” -, anelli particolarmente fragili ed esposti della società, come gli adolescenti.

Né la politica tuttavia, né tantomeno chi alla politica dovrebbe dettare l’agenda invece di farsela dettare, cioè i mass media, stanno invitando ad alcuna riflessione su questo. Dopo la clamorosa codardia dimostrata nell’ultima legislatura dal Parlamento, che ha legalizzato solo l’uso terapeutico della cannabis, nei programmi elettorali il tema è scomparso: come evidenzia questo interessante studio di CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili), ne parlano solo +Europa di Emma Bonino e Potere al Popolo, con posizioni favorevoli alla legalizzazione. Le altre forze politiche ignorano l’argomento. Il M5S che tante volte s’era fatto paladino della battaglia sulla legalizzazione, nel suo programma non proferisce parola al proposito. E non è solo il dibattito sulla legalizzazione dell’uso delle sostanze a essere doveroso. Altrettanto prioritaria è una riflessione sulla cura e su politiche che possano sottrarre il più possibile i giovani all’ampia rete criminale e del degrado legata alle tossicodipendenze e che comprende anche la prostituzione, come abbiamo visto anche nella vicenda di Pamela.

Viene da chiedersi se qualche calcolo statistico non faccia forse ritenere troppo pochi, perciò poco interessanti, i 17mila dipendenti dall’eroina che vivono oggi in questo Paese e hanno meno di 19 anni. Anche i 90mila adolescenti che hanno sviluppato dipendenza dalla cannabis forse sono troppo pochi. Ma allora viene da chiedersi perché i profughi sbarcati in Italia l’anno scorso, che non sono molti di più (120mila circa secondo l’Unhcr), secondo alcuni stanno invadendo il Paese, e sicuramente invadono loro malgrado le cronache (vedi il rapporto dell’associazione Carta di Roma per il 2017). I nigeriani che vivono in Italia sono anche meno: circa 88mila. Eppure sono sulla bocca di tutti. Si parla molto di loro; anzi, si parla di uno di loro – “il nigeriano” – come se si stesse parlando di tutti.