Le interviste impossibili di Cattelan: Mark Zuckerberg

Ovviamente Alessandro Cattelan non ha mai intervistato il co-fondatore di Facebook.

Mark di cognome si chiama ZUCKERBERG . Ve lo scrivo all’inizio una volta per tutte per fugare ogni dubbio: so come si scrive. Potrà capitarmi di sbagliare qualche lettera di tanto in tanto, ma sarà in buona fede. Zukember, Zuchemberg, Zukkermer… insomma, si chiama come ho scritto all’inizio. Quella è la mia stele di Rosetta e per tanto esigo che faccia fede. Incontro il rosso malpelo nel duty free dell’areoporto di Zurigo. Zurich. Zurickemberg… visto? Ogni nome si può piegare alla nostra volontà, quindi che nessuno si metta a fare il primo della classe. Insomma, per farla breve, sono carico come una molla per questa intervista e non c’è spirito del Natale che tenga. Voglio farlo nero, questo enfant prodige pieno zeppo di soldi. Zeppenberg.

Scusa se salto i convenevoli. Ma dimmi, sinceramente, lo rifaresti?
Chiedo io, cercando di arrivare direttamente al punto.
Ehi amico, stai scherzando… non vedi che vita meravigliosa sto vivendo? e chi rinuncerebbe alla possibilità di avere un impatto così indelebile sulla razza umana?
Mi risponde lui, ostentando sicumera.

Ma recentemente hai affermato di esserti pentito della tua invenzione.
Andiamo fratello… è come se avessi inventato il fuoco… solo perché di tanto in tanto qualcuno si brucia, non puoi negare che sia servito.

Mi sembrano due cose un po’ diverse.
Lo incalzo.
Dai, campione…

Scusami, puoi smetterla con questi epiteti da telefilm americano di serie B? Non sono tuo amico, men che meno tuo fratello, e non ho mai vinto manco alla corsa campestre del liceo. Stai iniziando a darmi sui nervi.
Zattingher non mi risponde e, anzi, inizia a riprendermi col suo telefonino.

Che stai facendo adesso, per l’amor di Dio?
Un contenuto Facebook: “Giornalista italiano perde le staffe: guarda come va a finire…”. Diventerà virale. Prevedo milioni di condivisioni.

Ma è un’idiozia.
Non che la cosa mi faccia venire voglia di smettere.

Ma non pensi mai a quanto tu stia contribuendo all’abbruttimento del pianeta? Questa condivisione selvaggia di idee senza fondamento… È probabile che senza di te il Movimento 5 stelle non sarebbe mai esistito. Non ti senti in colpa?
Zuppupper mi risponde rigirandosi una mazzetta di banconote tra le mani. Poi mi si avvicina a pochi centimetri dal naso e mi chiede:
Apprezzo molto quello che stai cercando di fare, davvero. Lo rispetto. La retorica del mondo abbruttito dal dilagare dei social network, la piccola bandierina dell’intellettualismo, sventolata con orgoglio nel tentativo di farci apparire degli zoticoni, mi commuove tantissimo. Ma non credere di essere stato il primo, e ti assicuro che non sarai l’ultimo a provarci. Questa cosa non si può fermare, e sai perché?

Perché?
Intimorito, mi accorgo di ripetere la sua domanda, senza quasi rendermene conto.
Perché con Facebook ho regalato un mazzo pieno di jolly a ogni uomo o donna sul pianeta. Ti è mai capitato di scrivere a una tua vecchia compagna del liceo? Una di quelle che non ti hanno mai degnato di uno sguardo ai tempi delle scuola, e della quale eri troppo intimidito per rischiare di dire qualcosa? E cosa, poi… una frase stupida, balbettante e sgrammaticata. Invece ora, al riparo dalla vita vera, hai cominciato a scriverle messaggi studiati. Pensati ripensati cancellati e corretti prima di essere inviati. Messaggi che ti hanno fatto sembrare più intelligente, smaliziato e impavido di quanto tu potrai mai essere in mille vite. Hai usato parole di altri per fare colpo e lei, poverina, ci è cascata. Dopo, delusa dalla triste realtà, non ti ha più voluto rivedere: ma a quel primo appuntamento aveva ancora gli occhi e le orecchie piene di ciò che le hai potuto offrire attraverso la mia piattaforma. E così si è concessa a te. Dimmi: ti è mai successo almeno una volta?

A fatica ho dovuto ammettere che sì, una volta mi è capitato.
Quindi smettila di filosofeggiare: Facebook serve a scopare. E per questo non morirà mai. Scacco matto.
Zuckerberg si alza, butta una banconota da 10 dollari sul tavolo per saldare il conto e se ne va senza degnarmi di uno sguardo.