La gogna mediatica delle ‘Pelliccette’

Un video diventato virale dimostra, ancora una volta, la bassezza a cui può portare la mania di condivisione sul web, dove tra ricerca del like facile e umiliazione il passo è sempre più breve.

Un frame del video circolato online


Almeno abbiamo imparato che nel vernacolo campano ‘scambia’ significa ‘perde colore’. Perché per il resto, di risvolti edificanti, il video della signora che sclera in un negozio di abbigliamento nel casertano ne ha ben pochi. Figlio della nuova controcultura del ‘Guarda, un matto! Sbattiamolo online’, un fenomeno a cui siamo perfettamente abituati grazie al proliferare di pagine-incubatori di merda, stavolta il figlioletto diventa adulto, scavalca il recinto della sostanziale anarchia dei social e finisce sulle homepage di tutti i quotidiani online. Garantendo così agli attori della vicenda, la signora incazzata e il marchio di vestiti, la loro doccia di sterco a web-reti unificate.

Segno che quel tale che diceva ‘hai in mano un dispositivo che racchiude tutta la conoscenza del mondo e lo usi per guardare video di gattini pucciosi’ era decisamente troppo ottimista riguardo agli utilizzi dello smartphone.

La vicenda non l’apprendete certo qui: presso un centro commerciale in zona Caserta, in un negozio di un marchio che non nominerò (Silvian Heach) si presenta una signora che sbrocca perché, a suo dire, il vestito che le era stato venduto per una cifra ‘alta’ aveva perso colore a danno della sua pelliccetta bianca, facendole fare brutta figura di fronte ai 150 invitati di un battesimo al quale lei, per giunta, aveva preso parte in qualità di madrina. Individua la responsabilità nella fattura ‘cinese’ dell’abito, minaccia cazzotti, finge di svenire. Le commesse ribadiscono che un sacco di marchi producono in Cina (e alla Cina aggiungiamo Bangladesh, Myanmar e Sri Lanka ‘un sacco di marchi’ diventa ‘tutti i marchi’, persino quelli con la boutique in via della Spiga), poi chiamano la sicurezza e il video finisce. A renderlo accattivante ci pensa il dialetto della protagonista, l’ingrediente perfetto per garantire al video un grande effetto comico e la giusta viralità.

Lo speaker di una radio napoletana lo pubblica sulla sua pagina (e poco dopo lo rimuove), ma ormai aveva già fatto il giro delle pagine di merda di cui parlavamo sopra, leste a scaricarlo così da rendersi indipendenti dal contenuto originale, e a suon di like e di commenti viene ripreso dai siti dei quotidiani. Fine della cronaca.

Il primo soggetto danneggiato è ovviamente l’azienda, che si vede accusata ad ogni click sul tasto play di produrre capi di scarsa qualità. Un suo rappresentante interviene in un programma radiofonico rassicurando gli ascoltatori che verranno svolti gli opportuni accertamenti, ma che comunque l’azienda produce sei milioni di capi all’anno e, anche se fosse colpa del loro abito, è uno su sei milioni. Poi una foto comparsa su Twitter, in cui è ritratta la signora in questione al matrimonio, mostra una lunga ciocca di capelli freschi di tinta scura a contatto con la pelliccia bianca, suggerendo che l’azienda potrebbe essere innocente. Infine il marchio pubblica un video di una finta promozione in cui ironizza sulla questione, giocando con le parole ormai celebri che la signora erutta a ripetizione nel video, e alla fine se la sfanga. Alla fine, fra sei mesi, il ritorno pubblicitario avrà superato il danno alla reputation e saranno tutti felici e contenti.

Tutti tranne la signora, l’unica a cui questa vicenda non avrà portato nulla di buono. Probabilmente sana di mente, ma con evidenti deficit culturali, è la nostra provider di trash quotidiano e lo sarà ancora per un po’. Di lei si sa già il nome, ovviamente, e il paese di provenienza. La sua figura è già fonte di inesauribili meme, la sua sceneggiata la qualifica come una troglodita senza autocontrollo e questo sarà il suo biglietto da visita presso chi vi si imbatterà nei prossimi mesi, che queste cose hanno vita breve nei ricordi, ma se ai ricordi puoi accedere dalla sezione news di google perché il video l’ha pubblicato chiunque, anche gli autorevoli, allora la memoria ci mette poco a rinfrescarsi.

Ovviamente il suo comportamento in quei pochi minuti di girato è degno di biasimo, ma siamo sicuri che il biasimo e la metamorfosi in zimbello nazionale siano la stessa cosa? Io credo di no. Perciò se in futuro vi capiterà di assistere a una scena che vi fa ridere, ma la cui diffusione potrebbe fare del male a qualcuno, ridetene. Ridetene a crepapelle, sguaiati, sgomitate all’amico, puntate il dito, fate quello che vi pare. Ma tenete il telefono in tasca. E magari, voi dei grandi siti di informazione, anziché la sceneggiata sguaiata di una tizia che per quanto volgare e ridicola non ha chiesto di essere filmata, pubblicate il video di un gattino puccioso.