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‘In cima al mondo, in fondo al cuore’: la nostra intervista a Mario Coppola

Dallo studio di Zaha Hadid a Napoli, il giovane architetto ci ha raccontato il suo primo romanzo

Michelangelo, giovane e ambiziosissimo studente prodigio soprannominato dai compagni “l’Eletto”, sta per laurearsi a pieni voti in Architettura, a Napoli. Qualunque studio italiano pur di averlo tra i suoi tirocinanti gli stenderebbe davanti un tappeto rosso, ma questo non gli basta: il suo obiettivo, la sua unica ragione di vita, è farsi assumere dallo studio londinese di Zaha Hadid, l’archistar più famosa del mondo. E, quando gli viene offerta la possibilità di farlo davvero, pur di rimanere aggrappato a quel posto di lavoro sacrifica ogni cosa: gli affetti, l’integrità fisica, a tratti perfino la salute mentale. Si autoflagella con il kung-fu per mantenere la concentrazione, allontana ogni distrazione, vive in condizioni quasi monastiche in una stanza fatiscente, senza mai allontanare gli occhi dal suo obiettivo. I primi segni di cedimento, però, non tardano ad arrivare, e il nostro eroe si ritrova a desiderare di rifare la strada al contrario, tornando verso la sua città e le sue sicurezze. Sembra la trama perfetta per un romanzo, e in effetti lo è – il titolo è In cima al mondo, in fondo al cuore, in uscita in questi giorni per Giunti – ma questa volta è tutto vero. Già, perché Michelangelo è l’alter ego di Mario Coppola, che è stato davvero un giovane architetto prodigio, ha lavorato davvero da Zaha Hadid e ora ha deciso per la prima volta di raccontare la sua storia, che è anche la storia di tanti cervelli in fuga italiani.

Cosa ti ha spinto a scrivere un romanzo sulla tua esperienza?

In realtà la spinta mi è arrivata soprattutto dagli altri: ogni volta che raccontavo a qualcuno la mia storia, l’immancabile risposta era «Ma chi te l’ha fatto fare di lasciare Londra, e un lavoro prestigioso nello studio di Zaha Hadid, per tornare a Napoli, dove non c’è niente?». Volevo provare a spiegare le mie ragioni in maniera più articolata. Più o meno nello stesso periodo, una mia amica mi ha regalato l’autobiografia di Andre Agassi, Open: dopo aver finito di leggerla ho capito che avrei scritto un romanzo.

Insomma, la tua è un’autobiografia o un romanzo?

La cronologia e gli snodi principali delle avventure di Michelangelo, il protagonista, corrispondono esattamente ai miei. I fatti sono in grandissima parte autobiografici ma c’è anche molta invenzione, soprattutto nel tono e in certi ragionamenti portati un po’ all’eccesso.

In effetti Michelangelo è un personaggio a tratti molto eccessivo: in perenne guerra contro il mondo, altamente competitivo, determinato a raggiungere l’eccellenza a tutti i costi…

Anche io sono così, ma non del tutto: Michelangelo è una persona per certi versi migliore di me, per altri peggiore. Credo che l’atto creativo – l’architettura, l’arte, o più semplicemente scrivere questo libro – imponga un certo tipo di maniacalità. Quello che cerco di spiegare nel romanzo, però, è che la competizione è soprattutto con se stessi. Cercare di spingersi ogni volta oltre i propri limiti per arrivare alla meta è quasi la normalità in questo tipo di contesto.

Da lettori, però, si vive con un po’ d’ansia l’escalation del protagonista: l’ossessione per gli spartani e per il loro mortificarsi per ottenere un risultato, il kung fu praticato fino a farsi del male, la disciplina militare, il rifuggere ogni affetto. Anche questo è la normalità?

Ciascuno ha il suo modo per affrontare la pressione. Per me le arti marziali sono un modo per trovare disciplina e ordine, mi aiutano ad andare fino in fondo là dove invece sarei portato a mollare tutto e ad arrendermi. Conosco molte altre persone che fanno la stessa cosa. Ovviamente non è un metodo universale, e ovviamente non tutti quelli che descrivo nel romanzo sono modi sani di affrontare la vita: oggi l’ho capito anche io.

C’è qualcosa in particolare a cui hai rinunciato e che oggi rimpiangi?

Nel libro a un certo punto la ragazza di Michelangelo, Giulia, stanca di aspettarlo decide di partire per l’Erasmus, mentre lui resta inchiodato alla scrivania e ai suoi sogni di gloria: ecco, quella è una cosa che oggi mi fa star male. Quando ero all’università non mi sono mai concesso neanche un periodo di evasione all’estero perché ero troppo impegnato a bruciare le tappe, a cercare di diventare il migliore nel mio campo e a farlo il più in fretta possibile. Ora ho capito che vivere per il lavoro non è sano: cerco di impormi di staccare ogni tanto, di fare delle cose che mi piacciono, ad esempio viaggiare. Lo spartano che è in me convive con un più moderato ateniese, finalmente.

In cima al mondo, in fondo al cuore si apre con un sogno che si realizza: lo studente più brillante della facoltà di Architettura, non ancora laureato, sbarca a Londra carico di bagagli e belle speranze. Poi si scontra immediatamente con il trasporto pubblico, gli ostelli luridi, le difficoltà economiche e l’indifferenza della gente, piombando in uno scenario desolante. È stato così anche per te?

Assolutamente. L’impatto con Londra all’inizio è stato molto diverso da come me lo aspettavo: prima di arrivare non avevo mai pensato davvero alle difficoltà che mi attendevano, ma solo al percorso luminoso che avrei avuto davanti. E invece mi sono ritrovato immerso in una realtà completamente diversa da quella che mi immaginavo, a tratti davvero ostile, lontana anni luce da come avevo vissuto fino a quel momento. Ho capito cosa amavo di Napoli e quanto mi mancava solo dopo aver vissuto un po’ di tempo in Inghilterra.

Si pensa sempre che questo tipo di difficoltà riguardi solo chi emigra per fare il cameriere o l’impiegato, e non chi va a lavorare nel più prestigioso studio di architettura del mondo…

E invece no, riguarda tutti! È un’esperienza difficile, soprattutto se ti trasferisci in una città come Londra, costosa e piena di persone in competizione per le stesse risorse. Forse lo è ancora di più per chi, come me, punta tutto sulla prospettiva di avere una carriera all’estero, e si prepara da tutta una vita per provare a sfondare nel settore.

A conti fatti, quindi, qual è il bilancio?

Non cambierei niente: né la scelta di partire, perché lavorare da Zaha Hadid mi ha arricchito tantissimo in termini umani e professionali, né la scelta di lasciare lo studio e tornare in Italia, perché mi ha permesso di diventare davvero me stesso.

Non torneresti indietro neanche se, poniamo caso, lo studio di Zaha Hadid aprisse una succursale nella tua Napoli e ti richiamasse a lavorare lì?

No, neanche in quel caso. Ovviamente ne sarei onorato e li ringrazierei con tutto il cuore, ma non tornerei più. Come dico anche nel libro, sono convinto che a un certo punto della vita ciascuno di noi “nasca” davvero e, per quanto la gratitudine nei confronti di chi ci ha fornito il nostro metaforico patrimonio genetico non scomparirà mai del tutto, bisogna avere il coraggio di staccare il cordone ombelicale e camminare sulle proprie gambe.

Ecco, a proposito: di Michelangelo conosciamo la storia, ma solo fino al punto in cui hai deciso di mettere la proverbiale parola “fine” al romanzo. A te, Mario, cos’è successo dopo che hai deciso di camminare sulle tue gambe?

Sono rientrato definitivamente in Italia nel 2010 e da lì ho avuto un periodo abbastanza lungo e travagliato in cui, una volta deciso di abbandonare i miei obbiettivi di sempre, non sapevo esattamente cosa volevo essere, figuriamoci come diventarlo. Oggi, però, posso dire di essere molto felice: insegno Composizione Architettonica all’università Federico II, faccio l’architetto a Napoli in un contesto molto stimolante e sono anche riuscito a togliermi delle soddisfazioni. Ora, ad esempio, sto lavorando a una mostra di mie sculture: una cosa che mi ha sempre ossessionato fin da bambino, ma che non avevo mai trovato il tempo di inseguire mentre ero impegnato a rincorrere una carriera nello studio di Zaha Hadid.

Ti capita mai di incontrare sulla tua strada uno studente in cui ti rivedi?

Succede spesso: cerco in tutti i modi di mettermi al suo servizio, di capire come posso aiutarlo a fiorire e a realizzare i suoi sogni.

La Hadid per te è stata una figura quasi mitologica ma, anche se è onnipresente come idea, come personaggio nel romanzo compare solo un paio di volte…

Il suo studio ha aperto i battenti alla fine degli anni ’70, quando sono arrivato io ci lavoravano già migliaia di architetti, era una città dentro la città. Lei supervisionava e dava la direzione, ma a lavorare direttamente con lei erano soprattutto i capiprogetto, persone assunte vent’anni fa. Io, che ero l’ultimo arrivato, non avevo certo molte occasioni di interagire con Zaha. In ogni caso, era una personalità talmente eclettica che la sua presenza si respirava comunque in ogni stanza.

A proposito, qualcuno dei tuoi ex mentori e colleghi dello studio si è riconosciuto in questo o quel personaggio?

In realtà la maggior parte dei personaggi sono inventati, proprio perché non volevo trascinare per forza dentro alla storia persone che non volevano – o non sapevano di – essere citate. Ho volutamente reso riconoscibili solo le figure eccezionalmente positive. Come il mio mentore Fulvio Wirz, a cui è ispirato il personaggio di Flavio, che non a caso è nominato anche nei ringraziamenti finali. Lui è stato uno dei primi a incoraggiarmi. Per quanto riguarda gli altri, invece, c’è da considerare il problema della lingua: il personaggio del braccio destro di Zaha Hadid, Albert Shulz, nella realtà si chiama Patrik Schumacher ed è stato molto importante per me e per la mia crescita professionale. Mi piacerebbe molto sapere cosa ne pensa del libro, ma non parla italiano e quindi non potrebbe mai leggerlo. Ma se, come spero, prima o poi verrà tradotto anche in inglese, sarà la prima persona a cui ne manderò una copia, naturalmente con dedica!