In Catalogna non è cambiato nulla

Dalle urne non esce nessun vincitore, ma uno sconfitto: il Premier Rajoy e il suo Partito Popolare. L'UE: «La nostra posizione non cambia»

Le elezioni in Catatonia sono state un nuovo – importante – tassello in mesi in cui assistiamo alla Storia che diventa la nostra quotidianità. Una tornata elettorale convocata da Mariano Rajoy a fine ottobre dopo il Referendum del 1O, le violenze poliziesche e la resistenza dei catalani, i prigionieri politici, le dichiarazioni di indipendenza, il Governo e Puigdemont in esilio a Bruxelles, le manifestazioni oceaniche e il lento sgonfiamento delle piazze, le fughe delle banche e il silenzio della UE.

Settimane convulse che abbiamo provato a raccontarvi per arrivare a ieri, al 21D e ad una giornata di partecipazione di massa: oltre l’82% degli aventi diritto si sono recati alle urne. Un risultato doppio, la sicura vittoria “del fronte” indipendentista e l’altra faccia: il primo partito in termini di voti fortemente spagnolista.

La coalizione catalanista, CUP, JXCAT e ERC, avrà 70 deputati, meno rispetto al 2015 e quindi un risultato non plebiscitario, ma – stando a La Vanguardia – il blocco indipendentista avrebbe preso oltre 2.060.000 voti, numeri più alti rispetto alle certificazioni delle votazioni del 1 Ottobre o del 9 Novembre 2014 o del 27 Settembre 2015.

Per gli unionisti invece il risultato è chiaro: “Siamo i vincitori delle elezioni”, Inés Arrimadas leader di Ciutadanos, ha esultato davanti ai suoi elettori riuniti nella notte a Placa España, rilanciando subito il mandato, fedele a Madrid, del suo movimento “uno su quattro catalani si è fidato del nostro partito, la nostra vittoria lancia un messaggio al mondo, scommettere sull’unione di tutti i catalani, per la convivenza, per il buon senso, per la Spagna e l’Europa”. Ciutadanos è stato il partito più votato nella tornata elettorale di ieri, guarda caso una formazione “spagnolista” nata in Catalogna una decina di anni fa e che oggi è anche un’importante sostegno del Governo Rajoy. Il blocco indipendentista quindi mantiene la maggioranza di governo ma il partito più “a destra” del Partito Popolare è il più votato di tutta la Catalogna.

In definitiva, poco è cambiato. Né vinti né vincitori e di sicuro due sconfitti

In questi 3 mesi in sostanza abbiamo assistito alla ricomposizione in chiave unionista di una metà dei catalani (e di un vento “nazionalista” nel resto della Spagna), in questo contesto l’altra metà della società catalana è stata costretta a scegliere tra “si o no”, finendo per dare forza ad un indipendentismo che – stando ai risultati delle elezioni di ieri – è sempre più nazional-liberista, così ne esce un po’ male anche l’espressione di Podemos sul territorio catalano (Podem) che in questi mesi ha commesso errori, ha vissuto divisioni e non ne esce come “ago” della bilancia “progressista” in un arco parlamentare che vedrà di nuovo una coalizione indipendentista al governo ma con un opposizione guidata da Ciutadanos rafforzata nei numeri e nel “sentimento”.

In definitiva, poco è cambiato. Né vinti né vincitori e di sicuro due sconfitti. Nessuna delle due parti – quella indipendentista e quella unionista – è uscita vincitrice. Gli sconfitti invece possono essere facilmente individuati: il Premier Rajoy e il Partito Popolare ma anche – soprattutto – quel processo di popolo, innovativo, democratico e costituente che si è trovato schiacciato dall’arroganza di Madrid, dall’esigenza del scegliere da che parte stare, messi all’angolo, impotenti e impossibilitati a riprendere il filo del discorso che, attraversando anche la questione “indipendenza”, partiva da lontano, da quasi 10 anni di costruzione di consenso e organizzazione sociale che chiede la fine della Spagna nata dalle ceneri del franchismo e dalla Costituzione del 1978, denuncia la corruzione della classe politica tutta e combatte le politiche di austerity del governo spagnolo e catalano.

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