Il ricordo di Lady D. a vent’anni dalla scomparsa

Il 31 agosto del 1997 un tragico incidente d'auto spezzava la vita di una principessa divenuta icona di stile e simbolo di una nazione scomparsa con lei

Quando Diana morì avevo dieci anni. Non ricordo di aver visto il funerale in tv. Per le strade di Londra si riversarono circa 3 milioni di persone. Elton John cantò Candle in the Wind, versione creata appositamente modificando quella che era stata una canzone dedicata alla morte di Marilyn Monroe. Tre anni dopo convinsi i miei genitori a portarmi a Londra.

Il mito di Londra era stato iniettato in me dalle lezioni d’inglese di una professoressa che invece di fare lezione ci faceva cantare e tradurre le canzoni dei Beatles, degli Oasis, dei Blur, dei Cure e dei Radiohead. Nonostante i suoi gruppi preferiti fossero tutti maschili, l’Inghilterra, ci spiegava la prof., aveva la capacità di generare personaggi femminili leggendari, raccontandoci il susseguirsi delle regine, la storia di Margaret Tatcher, la vita di Lady Diana.

Ci aveva raccontato tutto di Diana Spencer, soprattutto dettagli: che quando aveva conosciuto il principe Carlo a una battuta di caccia aveva 16 anni, mentre lui frequentava sua sorella Sarah e di anni ne aveva quasi 30. Che al primo appuntamento l’aveva invitata alla Royal Albert Hall dove avevano ascoltato il Requiem di Verdi. Che anche se lei era ricchissima di lavoro faceva la maestra d’asilo. Che l’anello di fidanzamento l’aveva scelto personalmente, in oro bianco con 14 diamanti e uno zaffiro di 12 carati (adesso è al dito di Kate). Che all’inizio si vestiva in modo sobrio e decoroso, ma poi aveva iniziato a prenderci gusto con i regali e i soldi a sua disposizione, e aveva cominciato ad appassionarsi alla moda, interessandosi ai marchi più innovativi e diventando la musa di Gianni Versace (morto qualche settimana prima di lei) e a sfoggiare abiti da sogno come quello di velluto blu di quando ballò con John Travolta.

Diana, nonostante questo suo lato frivolo, era sempre attenta a fornire un’immagine di sé affettuosa, empatica, compassionevole, soprattutto nei confronti dei bambini. Che nonostante la sua vita da favola, che faceva sognare tutte le donne del mondo (il matrimonio, trasmesso in mondovisione, era stato seguito da oltre 750 milioni di persone) non era stato tutto facile, perché mentre Carlo la tradiva con Camilla e i media non le davano tregua, registrando ogni minima sfumatura del suo abbigliamento e del suo atteggiamento, lei aveva sofferto di depressione, autolesionismo e bulimia nervosa fin dai primi mesi del fidanzamento col principe, nel 1981. In un’intervista aveva detto: «Mio marito mi ha fatto sentire inadeguata in ogni modo possibile, e ogni volta che riuscivo a sollevarmi il suo atteggiamento mi spingeva nuovamente verso il baratro».

A Londra mi ero fatta portare da Harrods, grandi magazzini di proprietà del padre di Dodi, ultimo amore di Diana – e avevo esasperato i miei genitori rimanendo per mezz’ora davanti al memoriale dedicato alla morte della coppia per l’incidente stradale del 31 agosto 1997. Era al piano -1: c’erano i ritratti di lei e lui dietro ad una teca, con dentro un bicchiere di vino sporco di rossetto e l’anello di fidanzamento che Dodi aveva preso a Diana il giorno prima dello scontro. Era come una reliquia religiosa, posizionato proprio lì, nel cuore del grande magazzino di lusso, che diventava la cattedrale di un culto pagano non basato sulla fede o un dio, ma sul gossip, il fascino, l’immagine, il sogno, la ricchezza, la narrazione, i viaggi, il sesso.

Al ritorno non vedevo l’ora di raccontare alla prof. del memoriale, che lei non aveva mai visto perché, ci aveva detto un giorno, non era mai entrata da Harrods. Ma la prof. non c’era più, era stata sostituita. Ricordando il passato, ho sempre finito per associare quella giovane donna, professoressa d’inglese alle scuole medie di un ottuso paese di 8000 anime, con Diana Spencer. Entrambe affettuose e malinconiche, cool e inadeguate, scandalose e ingenue, capaci di generare desideri, immagini e poi sparire all’improvviso, generando un culto, privato e collettivo. Eppure, chissà quante donne, al posto di Diana, avrebbero saputo affascinare il mondo nello stesso modo, creando una favola che, con le sue ombre, i suoi sfarzi e i suoi misteri, ancora oggi si dimostra inesauribile.