Il populismo mondiale e il suo nuovo idolo: Donald Trump

Una certa sinistra-destra antipolitica si è innamorata di Trump in nome del vaffa. Il fascino vagamente pop del nuovo presidente americano analizzato nell'editoriale di Giuliano Ferrara dal numero di dicembre
Alec Baldwin ha interpretato per la prima volta Donald Trump durante l'ultima puntata del Saturday Night Live

Alec Baldwin ha interpretato per la prima volta Donald Trump durante l'ultima puntata del Saturday Night Live


Allora la cattedra della tv e del reality è buona per comandare, si può essere bistrati, capelluti di tinta arancione, e statisti al massimo livello, libertini bene accetti, imprenditori & politici si accomodino, conflitti di interessi secondari. Una certa sinistra-destra antipolitica, antiestablishment, non parlo del mondo berlusconiano e superberlusconiano d’antan, parlo dei ragazzi del Fatto Quotidiano e dei grillozzi, si è innamorata di Trump in nome del vaffa. In effetti il nuovo prez, identico ad Alec Baldwin nel Saturday Night Show, ha un fascino vagamente pop, popular culture, che noi vecchi outsider della politica-spettacolo possiamo registrare con allegria malandrina, accanto alla sua triste inidoneità a gestire i codici atomici, e speriamo che glieli facciano vedere solo in tv; ma tutti i seriosi e bacchettoni che avevano decretato l’ostracismo a quel tranquillo e sorridente umanista brianzolo, di cui lo stesso Baldwin ha detto che paragonato a The Donald sembra Adlai Stevenson, la fatale testa d’uovo della politica americana ultraseria e iper-responsabile, dovrebbero pensarci due volte prima di fare l’endorsement al nuovo idolo del populismo mondiale, specie se solo dopo la sua vittoria ai punti ma clamorosa (non ha avuto il favore del voto popolare e ha preso meno voti dei precedenti due candidati repubblicani, ma se l’è cavata alla grande nel collegio elettorale degli Stati che determinano l’elezione indiretta dell’inquilino della Casa Bianca).

Consumata in un paragrafo una rapida vendetta culturale o ideologica, vediamo un po’ che ci dice l’elezione del virtuale, del celebrity superman che diventa il commander in chief. Intanto, non esiste più l’opinione pubblica. Era promossa e documentata dai giornali di carta, dagli intellettuali e dalle star di carne e d’ossa, dalla chiacchiera da caffè. L’opinione o Opinion era nata nel fervore illuminista radicale della Rivoluzione Francese e nel tempo inglese, non giacobino ma borghese e ironico, dell’invenzione del giornalismo scritto. L’opinione pubblica era la media delle vedute riflesse nello specchio della cultura di ciascuno, nasceva dal conflitto tra i coltivati che si ripercuoteva sulle idee generali e particolari di spezzoni maggioritari o minoritari della società, prescindeva dai gruppi di interesse e dai comportamenti delle masse, orientava semmai gli uni e gli altri. Ora ha l’aria di essere diventata una variante algoritmica dei Big Data, un mostro inafferrabile di likes e spits, di apprezzamenti e sputi anche troppo ispirati al bipolarismo maggioritario. Il risultato sotto gli occhi di tutti può essere la trumpizzazione della politica mondiale: non sei preparato, non leggi libri, non consulti dossier, non argomenti programmi noiosi? E allora ti faccio capo dello Stato o capo del Governo come media statistica dei malumori e dei disagi diffusi, l’importante è che tu abbia scommesso cinicamente sul peggio, sul dark, sul tetro che si nasconde dietro ogni risentimento e dietro ogni frustrazione sociale diffusa.

Secondo. Lo storytelling è pericoloso. Obama nasce come autobiografo e romanziere ideologico, e si fece largo battendo la prima volta una Clinton, tutta casa e ufficio, e il candidato eroe John McCain, il cui storytelling era vecchiotto, e ci voleva Trump per renderlo perfino ridicolo, cattura e prigione nelle mani del nemico e tortura e tutto. Furono eletti i dreams of his father (dal titolo del suo libro chiave), i sogni di suo padre, che avevano il vantaggio, nella mentalità politicamente corretta del tempo presente, di essere sogni di una vittima della civilizzazione occidentale, un nero d’Africa. E il suo regno di retorica buona, come guidare dal sedile posteriore il mondo, leading from behind, vedi la Siria, o come estendere il welfare sanitario non importa quanto costi alla società, alle imprese e al cittadino contribuente, o come la realizzazione in Terra del paradiso di tutte le minoranze; questo regno da fiaba ora ci lascia in eredità un reame di retorica cattiva, bianca nel senso peggiore, suprematista addirittura e sessista, come si dice, addirittura misogina. Mi spiace per Springsteen e gli altri che volevano concertare la Resistenza. Conoscere la Storia sarebbe virtù politica suprema, secondo la tradizione classica, esagerare con lo storytelling è un bel rischio. O no?

Questa recensione è stata pubblicata su Rolling Stone di dicembre.
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