Il dibattito per il referendum sull’orlo di una crisi di nervi

A un mese dalla data delle votazioni, le ragioni del Sì e le ragioni del No non sono più “nel merito”, ma contro qualcosa e qualcuno. E una vaga ipotesi di rinvio ha portato tutti all'esasperazione
La manifestazione del PD da Piazza del Popolo a Roma, foto da Facebook

La manifestazione del PD da Piazza del Popolo a Roma, foto da Facebook


Intervistato da RTL, il ministro dell’Interno Angelino Alfano, ha dichiarato che, qualora le opposizioni chiedessero il rinvio del referendum sulla riforma costituzionale, il governo avrebbe la responsabilità di considerare l’ipotesi. Di tutta risposta, è riuscito a farsi contestare dalle quelle stesse opposizioni (dal Movimento 5 Stelle – che ovviamente se l’è presa con Renzi – a Matteo Salvini), farsi smentire dal governo (per Palazzo Chigi la data non è in discussione) e far esprimere a riguardo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella («Mai proposto il rinvio del voto. Ipotesi chiusa»). Un capolavoro politico da parte di un ministro già più volte discusso e che ha specificato di aver espresso una posizione personale – considerando la quantità di voti che prende il Nuovo Centrodestra, non avevamo dubbi. Ma come mai ogni volta che si parla di referendum, il clima è così teso? Manca un mese alla data fatidica del 4 dicembre e le forze del Sì e del No stanno preparando la volata definitiva per quella che si è configurata come “la battaglia politica definitiva”.

«Se vince il Sì, si cambia. Se vince il No, tutto resta com’è adesso. E resterà per decenni così. O si cambia o si resta come siamo», scrive Matteo Renzi nella sua ultima newsletter. Lo stesso Renzi che ha chiuso poco fa la settima edizione della Leopolda, il suo “laboratorio di costruzione politica”. Slogan a effetto («E adesso il futuro!») e un messaggio chiaro sulla polarizzazione del dibattito: «Siamo a un bivio, c’è un referendum che è un derby tra passato e futuro, tra cinismo e speranza, tra speranza e proposta, tra nostalgia e domani». Un derby descritto qualche giorno fa da Claudio Velardi (ex spin doctor di Massimo D’Alema, adesso vicino al Presidente del Consiglio) come un “ uno contro tutti ” dove Matteo Renzi si trova a combattere la battaglia referendaria da solo in opposizione alle ‘forze del male’ che stanno usando la riforma costituzionale per abbatterlo politicamente.

Questo clima è il risultato – anche – di due contraddizioni che Renzi si porterà dietro fino alle prossime elezioni politiche (ipoteticamente nel 2018, ma chissà cosa succederà dopo il 4 Dicembre). La prima, essere diventato Presidente del Consiglio succedendo a Enrico Letta con una “manovra di palazzo” senza passare da elezioni (contraddizione acuita da un’ascesa personale tutta incentrata sul consenso, il legame con il popolo e la legittimazione attraverso il voto per scardinare il vecchio sistema di potere che voleva “rottamare”). La seconda, aver personalizzato ogni battaglia politica trasformandola in un eterno “o con me o contro di me”. Secondo tutti gli studiosi di scienze politiche, da Mauro Calise a Ilvo Diamanti che nelle sue analisi su Repubblica ha rinominato da tempo il Pd in PdR (Partito di Renzi), la cifra stilistica della politica contemporanea è la personalizzazione: non esiste più il partito come “corpo sociale”, rappresentante di istanze e ideologie, ma un leader con un’agenda ben definita e che assorbe tutte le tensioni e le sfide sulla sua persona. Non esiste il Pd, esiste Renzi; non esiste il Movimento 5 Stelle, esiste Grillo (recentemente tornato capo politico); non esiste la Lega Nord, esiste Salvini. Generali alla guida di un esercito che – dai parlamentari ai militante ‘di base’ – segue “la linea” e, fidandosi ciecamente, alza i toni dietro barricate sempre più corazzate.

Le ragioni del Sì e le ragioni del No, quindi, non sono più ragioni “nel merito”, ma di opposizione a qualcosa e qualcuno. Gli innovatori vs i conservatori; le persone del fare vs le persone che parlano e basta; i difensori della democrazia vs la svolta autoritaria contro la costituzione più bella del mondo. Un dialogo urlato tra opposte tifoserie in un’arena politica che, ormai, non accetta più le sfumature ma solo il bianco contro il nero. O si cambia tutto, o si resta fermi. O si cambia la riforma, o ci sarà la svolta autoritaria. Un dibattito perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, e che comunque vada porterà una delle due parti a vincere sull’altra di pochi voti (secondo i recenti sondaggi, il No pare in vantaggio di circa 4 punti). La tensione è così evidente che leggere anche solo una vaga ipotesi di rinvio ha portato tutti all’esasperazione. Come ha detto Gianni Cuperlo, leader della minoranza Pd che recentemente ha firmato un documento a sostegno del Sì, il paese è fermo da mesi per il dibattito sul referendum e ci sono tantissimi problemi da affrontare (a cominciare dalla disoccupazione giovanile, per dire). Pensare di perdere altro tempo – che si passerebbe a lanciare stracci e fango verso l’altra fazione – sarebbe, questo sì, davvero paradossale.