Bobby Fischer, la rockstar invisibile prestata agli scacchi

10 anni fa moriva il più grande giocatore di sempre. Paranoico, misterioso e provocatore, ecco la sua storia.

logo Michele Monina

Risiko non funziona. Troppo complicato da spiegare. Anche troppo didascalico, a volerla dire tutta. Meglio gli scacchi, del resto più antichi e nobili, come disciplina. Molto di più di un gioco da tavola.

Sì, gli scacchi sono la metafora perfetta dello scontro tra potenze, delle strategie messe in atto per sopraffare l’avversario, della guerra. Ci sono tutti gli elementi, a partire dai due schieramenti non a caso di colori così diversi. Ci sono i soldati semplici, lì davanti, a coprire le fila. Poi ci sono le torri, gli alfieri, la cavalleria, e loro due, il Re e la Regina. Come nella vita, l’uno immobile, fondamentale, l’altra agile e cattivissima, ma sacrificabile. Sì, gli scacchi rappresentano meglio di qualsiasi altro gioco lo scontro tra le potenze, la guerra.

Tanto più ha rappresentato, per anni, la Guerra Fredda. Con questo stillicidio di mosse strategiche, di finte, di minacce palesi che, per nostra fortuna, siamo ancora qui a raccontarlo, non hanno portato a nulla di concreto e irreversibile. Ecco, durante la Guerra Fredda le partite di scacchi sono state spesso evocate a svolgere il loro ruolo di metafora, e per certi versi le vere partite di scacchi, quelle dei campionati del mondo organizzati dalla FIDE, la federazione internazionale degli scacchi, di quella Guerra Fredda sono state parte, anche se una parte più che altro coreografica e propagandistica. Propaganda per lo più sovietica, perché per anni e anni gli Stati Uniti e più in generale l’occidente hanno preso parte a questa storia come comprimari, seduti dall’altra parte del tavolo e costantemente chiamati a interpretare la parte di quelli che perdevano. Del resto gli occidentali potevano permettersi Hollywood e il rock ‘n’ roll, si tenessero pure gli scacchi, i maledetti russi.

Ma nel 1972 Bobby Fischer ottiene di poter accedere alla finale per il titolo di campione del mondo di scacchi, finale che si sarebbe tenuta a Reykjavik, in Islanda, nei mesi tra luglio e settembre.

Considerato, a ragione, eccessivamente bizzarro, in molti dubitano che Fischer si presenterà, anche perché il giocatore americano comincia a fare richieste sempre più eccentriche agli organizzatori che, in quanto organizzatori di un campionato del mondo di scacchi e non di una convention di appassionati di stravaganze, vedono bene di rispedirle al mittente con una costanza quasi encomiabile.

Sia come sia Fischer si presenta a sfidare il Campione del Mondo, il sovietico Boris Spasskij. Nei pochi incontri precedenti tra i due Fischer non aveva mai vinto, fatto che lo da per sicuro perdente anche in vista di questa finale. Dal momento in cui, però, Fischer poggia piede nella terra dei vulcani, la storia, perché essendo questa vicenda parte non marginale degli equilibri della Guerra Fredda di storia si tratta, lascia in parte spazio alla leggenda. Perché questa sarà a tutti gli effetti una leggenda memorabile, al pari dell’incontro tra Muhammad Ali e George Foreman, la sfida di scacchi del secolo.

Sfida iniziata decisamente male per il nostro, che perde la prima partita per un errore da principiante, noto ai più come “l’arroccaccio 29”. Errore che gli costa una netta sconfitta, dopo altri errori stupidi, infatti, si ritira alla cinquantaseiesima mossa. A quel punto Fischer entra in una sorta di paranoia. Chiede agli organizzatori di togliere tutte le telecamere nella sala, perché il ronzio lo deconcentra. Ovviamente gli viene risposto picche, al punto che Fischer non si presenta per la seconda partita, perdendola a tavolino.

Gli osservatori danno già per vincente Spasskij.

Bobby Fischer

Fischer, che è a ragione considerato eccentrico, sembra entrato nel pallone. Ora, siccome siamo su Rolling Stone, e non su Il magico mondo degli Scacchi, vi sarà chiaro che Bobby Fischer non è stato semplicemente un giocatore di scacchi. Il suo modo strambo di attraversare un mondo in cui solitamente i protagonisti sono algidi ragionatori lo ha reso, vuoi anche per la vicenda che stiamo raccontando, vuoi per il finale che arriverà più sotto, una sorta di rockstar maledetta, di quelle che finiscono, giustamente, tra queste pagine virtuali. Chiunque abbia avuto la fortuna di leggere Great Jones Street di Don De Lillo potrebbe serenamente aver riconosciuto alcuni tratti di Bobby Fischer nel suo protagonista, Bucky Wunderlick. Un artista eccentrico che preferisce vivere nascosto, ai margini, piuttosto che stare sotto le luci della ribalta, quasi annoiato, più che intimorito, dai riflettori.

Così, proprio nel momento in cui, vuole la leggenda, Bobby Fischer sta per salire sul volo che lo riporterà negli Stati Uniti, arriva una telefonata del Segretario di Stato americano, Henry Kissinger, altro personaggio mica da ridere. Il succo del discorso di Kissinger, questo dice appunto la leggenda, è che tutta l’America contava su Fischer per dimostrare ai russi che fosse la nazione più potente. Questo dicevano anche i tantissimi telegrammi arrivati fini in Islanda a sostegno dello scacchista statunitense.

A questo punto della sfida, poi, Spasskij, intenzionato ovviamente a mantenere il titolo, ma a farlo al tavolo da gioco e non a tavolino, propone a Fischer di giocare la terza partita non nella apposita sala principale, ma in una stanza lontana dagli occhi degli spettatori. Nel mentre, ovviamente, l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica è salita a livelli mai visti prima su una partita di scacchi. Siamo al fatidico giorno della terza partita. Arrivato infine di fronte al suo avversario Fischer non si siede, ma comincia a muoversi per la stanza. Si avvicina alle telecamere. Avvicina l’orecchio per sentire se ci sono fastidiosi ronzii. Ritorna verso il tavolo dove siede Spasskij, ma non si siede, continua con le sue perlustrazioni.

Mi fermo.

Avete presente la finale della Coppa dei Campioni, all’epoca si chiamava ancora così la Champions League, che vide affrontarsi Roma e Liverpool, nella capitale italiana nel 1984? Avete presente quando, durante i rigori che avrebbero dovuto sancire i vincitori della coppa il portiere della squadra inglese, non esattamente un mostro di bravura, Bruce Grobbelaar, cominciò a fare l’idiota sulla linea della porta? Avete presente come si muovesse come una scimmia, o come un ubriaco, o come una scimmia ubriaca, il tutto apposta per infastidire i rigoristi giallorossi? E avete presente dove in effetti Bruno Conti e Ciccio Graziani tirarono i loro rigori, regalando la vittoria al Liverpool?

Ecco, Fischer nel 1972 ha sostanzialmente è stato un Grobbelaar ante litteram. Ha innervosito l’avversario. L’ha distratto. E ha iniziato la cavalcata verso la vittoria finale. La vittoria in un campionato di scacchi con il punteggio più alto, 2785, quando fino ad allora nessuno aveva superato i 2700.

Come una vera rockstar, al culmine del successo, ecco che arriva la follia

Una vittoria che in qualche modo è stata anche pura propaganda occidentale, la prima volta che un campione americano vincesse una disciplina in cui i campioni erano sempre stati i russi, almeno dal dopoguerra. L’attenzione dei media su questo evento altrimenti di scarso interesse porterà a una vera e propria Fischermania, con un boom di iscrizioni alla federazione americana di scacchi senza precedenti, e con le televisioni che si contenderanno la presenza di Fischer manco fosse, appunto, un attore o un cantante.

Una vera rockstar. E come una vera rockstar, al culmine del successo, ecco che arriva la follia.

Da dopo la vittoria, infatti, ottenuta nel 1972, Fischer non gioca più. Si dedica a altro, ormai è famoso e ambito, ma è anche sempre più paranoico.
Nel 1975, però, arriva il momento di difendere il titolo, contro il contendente Anatolij Karpov. Anche stavolta Fischer fa una serie infinita di richieste alla federazione, una delle quali chiede proprio di cambiare il regolamento su come arrivare alla vittoria finale. Una faccenda macchinosa, che poco porta a questa storia. Di fatto la FIDE non accetta questa richiesta e Fischer lascia la vittoria a tavolino allo sfidante, scomparendo dalla scena pubblica, esattamente come il protagonista del romanzo di De Lillo.

Da questo momento diventa lui la leggenda, anche senza telefonate vere o presunte di Kissinger. Dopo aver vissuto nell’ombra per circa venti anni, nel 1992 accetta di tornare a giocare contro Spasskij, a Budva in quella che allora è ancora la Jugoslavia. Una sfida puramente mediatica, visto che Fischer è ovviamente uscito dalle classifiche dei giocatori di scacchi e il suo avversario bascula intorno alla posizione 100. Ma Fischer, che ricordiamolo, è una rockstar, insiste perché la partita venga comunicata come Il Campionato del Mondo di Scacchi, in barba a Garry Kasparov, campione in carica della FIDE.

Non solo, tutti parlano della seconda sfida del secolo, confermando una aspettativa inusuale verso una partita di scacchi. Peccato che la Jugoslavia, in area Patto di Varsavia, nel 1992 sia sottoposta a un duro embargo da parte dei paesi in area NATO e anche da parte dell’ONU. Fischer, in quanto cittadino americano, non potrebbe prendere parte a un avvenimento sportivo, ma fregandosene delle regole decide di andare e di andare oltre. Durante la conferenza stampa della sfida, infatti, sputa su un documento ufficiale del Dipartimento di Stato Americano che gli proibisce di prendere parte a una competizione nel territorio dei Balcani. Tanto gli vale un mandato di arresto da parte del Governo degli Stati Uniti.

Fischer, ovviamente, vince, poi torna invisibile. Saltuariamente torna a dare traccia di sé, ma poca roba. Le rare volte che lo si legge o lo si sente appare come un uomo in piena follia ossessiva. Dice di essere vittima di un complotto, senza dare prova di ciò. Qualcuno inizia a mettere in giro la voce, perché la storia di Bobby Fischer, lo avrete capito, è ampiamente fatta di voci, che il nostro giochi a scacchi in rete, sotto pseudonimo. Ma anche questa è più una leggenda che una storia provata.

Boris Vasil’evič Spasskij

Storia vera e propria è invece il suo arresto all’aeroporto di Tokyo il 13 luglio 2004. Ad arrestarlo è la polizia giapponese per conto del Governo americano, ufficialmente per un passaporto falso. In sua difesa scende il suo avversario di sempre, Spasskij, che scrive una accorata lettera al Presidente degli Stati Uniti.
Dopo qualche mese di carcere Fischer ottiene la cittadinanza e quindi un passaporto nuovo da parte dell’Islanda, paese al quale è ovviamente profondamente legato. Paese che proprio in virtù della famosa partita di scacchi tra lui e Spasskij è in seguito stato scelto da Gorbaciov e Reagan per i primi incontri ufficiali che porteranno alla fine della Guerra Fredda, a dimostrazione di come Fischer abbia davvero attraversato la storia, anzi, la Storia.

Finito in Islanda di lui si perderanno nuovamente le tracce, per quanto sia possibile perdersi in una piccola isola con così pochi abitanti. La sua ultima apparizione pubblica sarà telefonica, durante una partita di scacchi trasmessa in tv. Una sfida tra due maestri di scacchi islandesi. Fischer li chiamerà per indicare una soluzione impensabile per risolvere la partita, dimostrandosi un genio degli scacchi anche a distanza di anni. Un innovatore. Un genio e innovatore degli scacchi che telefona a una tv islandese, regalando la sua folle lucidità a poche migliaia di spettatori dopo aver rinunciato alla fama mondiale. Di lui restano i gesti eclatanti, geniali e folli. Il suo essere stato una delle prime rockstar invisibili, ben prima del Jude Law di Sorrentino.

Un look, quello delle ultime foto che ce lo mostra con una lunga barba bianca, da asceta, o da clochard, quanto di più lontano da quello ingessato dei suoi colleghi scacchisti. Colleghi che in qualche modo ha oscurato pur vivendo nell’ombra, come solo le rockstar sanno fare coi loro colleghi.
La morte lo incontrerà il 17 gennaio del 2008, dieci anni fa, per insufficienza renale, aveva sessantacinque anni.