Barcellona e l’infinita guerra con Madrid per l’indipendenza

Ieri in Catalogna la Polizia ha arrestato decine tra politici e attivisti: la condanna del Barça su Twitter

Foto di Donat Sorokin/TASS


Non è normale in democrazia che le forze dell’ordine entrino nelle sedi di partiti politici, requisiscano materiali di propaganda e arrestino membri di istituzioni. Credo che in uno stato democratico non ci possano essere prigionieri politici, ma le persone arrestate oggi sono da considerare prigionieri politici. Lo Stato dovrebbe dialogare e dare una risposta civile. Per provare a risolvere i problemi è necessario proteggere la democrazia, e per farlo bisogna andare a votare.”

Con queste parole Pablo Iglesias leader di Podemos ha commentato i fatti accaduti in Catalogna ieri dopo la serie di perquisizioni e di arresti da parte della Guardia Civil (Polizia di Stato) di alcune delle più alte cariche del Governo Regionale, istituzione locale che sta lavorando al Referendum per l’Autodeterminazione del prossimo primo ottobre. Dieci milioni di schede elettorali sequestrate e più di una dozzina di politici in manette (tra cui il Ministro dell’Economia accusati di disobbedienza allo Stato e prevaricazione) dopo le perquisizioni iniziate in mattinata e finite solo nel tardo pomeriggio, mentre una marea umana circondava il teatro delle operazioni e bloccava la Gran Via fino a notte fonda.

Nell’ampia crisi che solca l’Europa e il Mediterraneo questa evento è un altro tassello dei cambiamenti economici, culturali, politici che stanno stravolgendo i nostri territori. Per la Catalogna quello che è accaduto ieri è stato il culmine di settimane in cui il clima di minacce sull’incostituzionalità del referendum ha creato uno scontro tra istituzioni, quella centrale e quella regionale. Il capo del Governo Catalano ha rilanciato il suo piano “ci hanno tolto l’autogoverno e non ci rimane che votare, per difendere la democrazia da un regime repressivo e intimidatorio”. La Spagna invece rivendica l’azione e il suo stato di diritto, sancita dalla Costituzione, e lo ha fatto per voce del Primo ministro Mariano Rajoy che ha dichiarato: «La leadership catalana sta violando la legge, lo Stato deve reagire e nessuno stato democratico accetterebbe il progetto dell’indipendenza, spero facciano un passo indietro e si ritorni alla normalità, perché il Referendum non si può fare».

Su ciò che sta avvenendo in Catalogna condivido totalmente il pensiero di Luca Zaia: è una pagina fra le peggiori per…

Pubblicato da Roberto Maroni su Mercoledì 20 settembre 2017


Il Referendum catalano è una tappa di un processo, quello indipendentista, che negli ultimi anni è partito dal basso, dalla volontà popolare di rivendicare percorsi di autonomia e ha chiesto alla politica di portare avanti il progetto. Un progetto che ha avuto un’accelerazione nel 2010 quando il tribunale costituzionale di Madrid cancellò parti dello statuto autonomo catalano. Il Referendum indetto non ha supporti normativi o costituzionali e la costituzione non prevede la secessione di una delle sue (17) comunità autonome, il punto che in questi anni Barcelona ha provato più volte a negoziare autonomia e la risposta di Madrid è stata la chiusura totale.

Una negoziazione che non parla solo di “politica”, di prelievi fiscali e tasse, ma racconta anche la volontà di un popolo di affermare la propria idea repubblicana, democratica e indipendente. Sono processi che non sedimentano in pochi anni, ma che devono essere coltivati nella vita di tutti i giorni, nella cultura e nel mantenere vivo un filo della storia che si dispiega nel tempo. Ai tanti che ad agosto hanno lodato il ‘coraggio’ e la civiltà dei catalani colpiti dall’attentato su La Rambla occorre ricordare che la lotta per essere QUEL tipo di città ha radici molto molto profonde. Barcellona è oggi all’avanguardia – con i pro e contro – di un modo di ‘vivere’ umano, accogliente, senza paure per il diverso e aperto al nuovo, che spinge la movida ma che pensa al quartiere e alle proprie radici culturali, che rispetta e accoglie i giovani come i migranti. La Catalogna e Barcelona, soprattutto in questi anni, hanno saputo creare in più forme una perfetta sintesi– il “Més que un club” e il Barca di Messi ad esempio – dei valori locali (catalani e indipendentisti) e di umanità: solidarietà e diritti.

Una ‘cultura’ che è ultracentenaria ed è frutto di lotte che hanno antropologicamente forgiato la città: dalla caduta di Barcellona per mano delle truppe di Re Felipe V nel 1714, i Paesi Catalani si sono trovati a dover difendere la propria storia e cultura all’interno dello stato spagnolo, difesa che si è fatta resistenza antifascista durante la Guerra Civile e resistenza culturale negli anni della dittatura franchista che ha cercato di annientare lo spirito català a colpi di persecuzioni, omicidi e normalizzazione. Dalla fine del franchismo, 40 anni fa, i movimenti popolari, le reti di vicinato, le associazioni, i luoghi di ritrovo, le taverne e gli spazi pubblici hanno avuto la possibilità di ripristinare una coscienza catalanista ma anche antifascista, democratica e solidale, ricavando spazi di autonomia sul territorio, spazi istituzionali, ricostruendo meccanismi di socialità, solidarietà e complicità tra le persone.

Tutto questo ha portato al rafforzamento del sentimento indipendente che non è nazionalismo identitario, nessuno in Catalonia vuole alzare muri per marcare differenze. Il Referendum è un modo per far capire che in moltissimi non si riconoscono più nella gestione dello Stato Spagnolo e quello che sta facendo traboccare tutto è la sempre più evidente mancanza di una “road map” del governo centrale rispetto alle spinte autonomiste, anzi, la risposta di Madrid e del premier Rajoy è stata ottusa e e provocatoria nell’azione poliziesca di oggi. Quello che c’è sul tavolo è anzitutto un problema politico e di democrazia che non viene colto dalla politica che risiede in Castiglia, oltretutto gli eventi delle ultime ore lasciano scoperto il fianco del traballante governo di minoranza del Parlamento di Madrid sottoposto da mesi alla precarietà politica istituzionale e sotto pressione a causa di scandali pazzeschi per corruzione con decine di arresti tra politici – del Partito Popolare e del PSOE – in diverse città spagnole.

Per Madrid inoltre risulta perlomeno insidioso non accettare un percorso negoziale per portare ad un accordo su referendum e l’indipendenza. Il punto è che una possibile indipendenza scatenerebbe un effetto domino (Galizia e soprattutto Paese Basco avanzerebbero identiche pretese) e non solo: renderebbe evidente il peso della ‘ricca’ catalogna che incide per il 20% sul PIL dello stato centrale in cristi (dopo la Grecia, la Spagna è seconda per numero di disoccupati tra le nazioni europee, e altresì seconda per il tasso di disoccupazione giovanile, oltre il 38%, tallonata dal nostro bel paese terzo con distacco di soli tre punti, 35%). In ultimo la principale conseguenza di questa eventualità potrebbe essere la messa in discussione totale dei principi nati dalla Costituzione del 1978 che prevede anche la Monarchia – seppur rappresentativa – castigliana e nazionalista. La strada repressiva scelta da Madrid è davvero insidiosa e rischia non solo di rafforzare la volontà del popolo catalano, ma può innestare nella dissestata Spagna la protesta di massa contro un Potere corrotto e incostituzionale partendo dalla semplice richiesta – democratica – di esprimersi attraverso il voto, come quello del 1 di Ottobre in Catalogna.