Taiga - Zola Jesus
Recensioni

Taiga
Zola Jesus


Un anno fa Nika Roza Danilova, l’artista di origine russa nata e cresciuta a Madison che si fa chiamare Zola Jesus, dichiarava che l’album a cui stava lavorando sarebbe stato qualcosa di totalmente nuovo: registrare un altro Stridulum (bella seconda prova del 2010) non aveva senso, perché oggi Zola è una donna diversa.

Promessa mantenuta con Taiga, un disco che prende le distanze dall’universo gotico e morboso dei primi lavori e che fa sembrare la cantautrice americana più vicina alle algide, abbaglianti aurore del nord Europa che all’underground metropolitano di Lydia Lunch. Dimentichiamoci, quindi, la regina della no-wave e gente come Diamanda Galàs e Swans, e cerchiamo piuttosto le affinità elettive con The Knife e iamamiwhoami (il beat ossessivo eppur luminoso di Dangerous Days, l’approccio minimale di Ego impreziosito dagli archi).

Lavorando a Versions, un disco di pezzi editi arrangiati per un’orchestra, Zola deve aver capito che dall’universo dark di Schopenhauer e Joy Division si può uscire vivi senza tradire se stessi e senza rinunciare a tappeti di synth e loop vocali: ecco allora lo straniamento di Go (Blank Sea) che nel refrain si apre a visioni pastello in stile Florence Welch; oppure Nail, traccia guidata dalla voce evocativa e imperscrutabile di Nika, che oggi concede più spazio al sogno.

In Taiga – termine che indica la foresta boreale in russo, segno distintivo della propria terra d’origine, ma anche del nord del Wisconsin – gli episodi “disturbanti” non mancano (Hunger e Hollow, per esempio), ma si tratta di ingegnoso elettro-pop da ballare nel cuore della notte avvolti da fasci azzurri, piuttosto che di monodie futuristiche sulle paure ancestrali dell’uomo.

Registrato e mixato in uno studio vero e proprio, il disco offre esattamente il Zola-pensiero dell’età adulta: «Credevo che mostrarmi tranquilla significasse avere paura, ma in realtà è quando urli tutto il tempo che sei spaventato».

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