È solo la fine del mondo - Xavier Dolan
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È solo la fine del mondo
Xavier Dolan


Solo il Natural Blues finale di Moby (“Oh Lordy, trouble so hard”) riesce a calmarci dal corpo a corpo continuo che ci impone Xavier Dolan in questo sofferto, vitale e sanguinante È solo la fine del mondo. Corpo a corpo con un testo ripreso da una commedia canadese anni ’90 di Jean-Luc Lagarce, che ci riporta proprio gli umori di quel tempo, ma anche corpo a corpo continuo tra i personaggi coinvolti, una famiglia che scoppia, un figliol prodigo che viene per rivelare un qualcosa di definitivo e si vede travolto. E corpo a corpo con un tipo di cinema che non può che dividere. Da amare o da odiare. Perché c’è chi non sopporta il concentrato di narcisismo maniacale che Dolan propone coi suoi protagonisti, un narcisismo che diventa sempre un concentrato di genialità, di malattia, di autocommiserazione di chi non si sente mai abbastanza cresciuto o amato. Certo, possiamo vederlo anche come pura messa in scena teatrale di rapporti conflittuali tra chi è cresciuto negli anni fluidi di Moby. Ma Dolan, coi suoi già 27 anni, non ci propone mai solo questo. Pretende di più dai suoi spettatori, dai suoi personaggi e da se stesso che un bel drammone recitato da attori strepitosi come Vincent Cassel, Léa Seydoux, Marion Cotillard. Nel ritorno a casa dopo 12 anni di assenza di un geniale autore teatrale malato, Gaspard Ulliel, che cerca la forza di comunicare la sua imminente fine alla madre svalvolata, Nathalie Baye, e ai fratelli, leggiamo anche una sorta di auto-messa-in-scena di Dolan e delle proprie paure dopo tanti film di successo. Alla fine si serve del suo narcisismo per un gioco infinito di rimbalzi di colpe e di flagellazioni, nel quale non può esistere vincitore. Se il figliol prodigo è tornato a casa per ricevere l’amore dei suoi cari, ha sbagliato di grosso, visto che il suo arrivo provoca solo le reazioni più disperate del fratello Antoine, Vincent Cassel, e della famiglia. Reazioni di quelli che sono rimasti nel buio di una vita senza avvenire, da cui lui è riuscito a scappare. Per ricostruire un testo dove tutti si urlano addosso, Dolan frammenta dialoghi e storie personali. Basteranno pochi accenni o rimandi o non detti per scatenare l’inferno.
Più che al teatro filmato di Fassbinder, nella frantumazione delle immagini e dei primi piani dei personaggi, Dolan sembra riprendere la lezione di John Cassavetes. Nessun campo-controcampo, impasto continuo di voci, frammenti di occhi, orecchie, nuche. E nessuna riconciliazione moralistica. Gran Prix a Cannes 2016.

Questa recensione è stata pubblicata su Rolling Stone di dicembre.
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