Heads Up - Warpaint
Recensioni

Heads Up
Warpaint


Queste losangeline si ostinano a pubblicare album che sulle prime sembrano sfuggenti, ma a un ascolto prolungato rivelano un sacco di dettagli. È il caso del nuovo Heads Up, che arriva dopo gli ottimi The Fool (2010) e Warpaint (2014). La bravura di queste post-punker è ancora nella capacità di tenere in equilibrio velleità artsy e seduzioni pop, e queste 11 rotonde tracce, quasi tutte ballabili a partire dal singolo deliziosamente anni ’90 New Song (tra le influenze dichiarate dell’album: Janet Jackson, Björk, Outkast, l’obbligatorio Kendrick Lamar), sembrano frutto di un processo compositivo più rilassato – sarà anche per via dell’annetto sabbatico che si sono prese, tra album solisti e collaborazioni varie. Il nuovo approccio è evidente nell’apertura di Whiteout, una litania danzereccia in cui tutto, ritmi voci e chitarre, sembra essersi spartito democraticamente il tempo sulla scena, e in The Stall, che parte da un’alienazione in stile Cure per salire verso una chiosa R&B. Care Warpaint, continuate pure a fare il vostro rock sfuggente, che ci piacete così.

Questa recensione è stata pubblicata sul Rolling Stone di settembre. Clicca sulle icone qui sotto per leggere l’edizione digitale.
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