Barry Seal – Una storia americana - Doug Liman
Recensioni

Barry Seal – Una storia americana
Doug Liman


I meravigliosi anni ottanta. La musica, le giacche con le spalline, l’edonismo reaganiano, gli yuppies e la loro dieta dei campioni: cocaina. Ne scriveva, con cognizione di causa, Bret Easton Ellis. Ma psicotici americani a parte, la valanga di neve che si riversò sugli Stati Uniti in quel decennio fu tale da costringere il presidente Reagan e la sua First Lady ad annunciare alla nazione che il problema non era più tollerabile: la Casa Bianca avrebbe fatto qualcosa.

Cosa e come ve lo racconta Barry Seal, ex pilota di linea che la CIA reclutò per consegnare armi ai Contras, i guerriglieri nicaraguensi che combattevano il regime comunista sandinista. Seal, uomo d’affari, per arrotondare aveva trovato un accordo con un agricoltore colombiano, Pablo Escobar, per trasportare il suo prodotto, già opportunamente raffinato, in territorio yankee. Il gioco di Barry, però, non finì bene.

Il film è una versione romanzata della realtà, ma come spesso avviene nel cinema a stelle e strisce, la spettacolarizzazione, grazie anche a un ottimo Tom Cruise, aiuta. Soprattutto a ripercorrere un importante pezzo di Storia tornato ultimamente di moda, dalla serie Netflix Narcos, ai due film su Pablo Escobar nel giro di un anno. Doug Liman (The Bourne Identity, Edge of Tomorrow), da solido regista qual è, preferisce raccontare in chiave di commedia, intuendo che è impossibile non scorgere una grottesca assurdità nella drammaticità della vicenda. Il sogno americano andava alimentato: anche con due strisce di spintarella.