Beauty Behind the Madness - The Weeknd
Recensioni

Beauty Behind the Madness
The Weeknd


Quando qualche anno fa si è affacciato sulle scene Abel Tesfaye–alias The Weeknd–ha stabilito un nuovo standard nell’autocommiserazione depressiva nel mondo R&B. Faceva pensare a un Drake con l’animo goth di uno studente di belle arti, sparando versi inquietanti del tipo: “Finirà come ti aspettavi / Sei una tale masochista, bella”.

I suoi tre mixtape autoprodotti del 2011 (accorpati in Trilogy l’anno dopo) insieme al suo vero disco di esordio con una major nel 2013 (Kiss Land) sembrano tutti sospesi in una foschia pre-crepuscolare, come la fase calante e cupa di una festa, dove le droghe hanno più l’effetto di sabbie mobili che di fuochi d’artificio. The Weeknd si è creato un suo pubblico di fan adoranti attirandoli nella sua sontuosa bat caverna. Di recente, però, con una svolta inaspettata, si è dato al pop mainstream duettando con Ariana Grande nella hit Love Me Harder.

Il suo nuovo album segue lo stesso andazzo, con pezzi già da classifica. La voce di Tesfaye si ispira chiaramente al Michael Jackson di Thriller e Bad, così come le sue movenze, ma l’amore per gli anni ’80 è più vasto: da Tracy Chapman in Shameless a Phil Collins nella potente ballata Angel. Il gusto vintage funziona meglio quando si colora di emotività come in Tell Your Friends, co-prodotta da Kanye West.

Eppure, per quanto il sound sia più complesso e meno depressivo, The Weeknd conserva ancora l’aria da cane bastonato in gran parte di Beauty Behind the Madness. In Dark Times, un duetto blueseggiante con Ed Sheeran, canta: “Solo mia madre mi ama per come sono” e il suo vittimismo suona da monito. Ma persino quando Tesfaye si mette a fare la drama-queen è difficile non stargli dietro, perché paradossalmente in quest’album riesce a scaldarci come mai ci saremmo aspettati da lui.

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