Alone - The Pretenders
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Alone
The Pretenders


Musica vera suonata da persone vere». Chrissie Hynde ha presentato così questo disco (firmato The Pretenders, anche se la band è ormai solo lei) registrato a Nashville nello studio di Dan Auerbach con membri degli Arcs e un paio di turnisti importanti, tipo il bassista di Johnny Cash, Dave Roe, il country rocker Kenny Vaughan e il chitarrista rockabilly Duane Eddy.
Il risultato è un ottimo album dei Black Keys, garage-rock abrasivo, malinconia country e blues sporco del Delta, reso scintillante dalla voce intensa e ipnotica di Chrissie, capace di passare dallo spoken word rivendicativo alla Lou Reed di Alone (in cui dopo la sbandata per J. P. Jones, di 30 anni più giovane, con cui ha fatto anche un disco nel 2010 proclama il suo diritto a stare da sola) al ruggito di Roadie Man, alla melodia morbidissima di Let’s Get Lost.

C’è un senso di inquietudine interessante nel modo in cui Chrissie ha deciso di vivere il suo status di icona, con una buona dose di cinismo e le idee chiare su quali siano le sue carte da giocare sul tavolo della modernità. «Tutte le star con cui sono cresciuta tra 15 anni saranno morte», ha detto in un’intervista: «È inevitabile. È uno dei miei argomenti di conversazione, infatti non mi invita mai nessuno e sto sempre sola». La voce e lo stile, però, quelli rimangono per sempre e sono al servizio di chi ha raccolto l’eredità dei grandi. Due anni fa Chrissie è andata in Svezia per registrare Stockholm con Björn Ytting di Peter, Björn e John, adesso ha deciso di tuffarsi nei suoni senza tempo e nella “musica vera” di Dan Auerbach, che si è preso il ruolo di custode del tempio racchiudendola dentro le mura del suo studio di Nashville.
L’operazione ricorda quella fatta da Josh Homme con Iggy Pop nell’album Post Pop Depression: Dan Auerbach costruisce intorno alla voce di Chrissie un mondo perfetto, musica suonata alla grande, onesta nella sua ricerca della tradizione e costruita apposta con l’intento di dare a una leggenda la possibilità di brillare ancora. E improvvisamente, la solitaria del rock si ritrova a non essere più sola.

Questa recensione è stata pubblicata su Rolling Stone di novembre.
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