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Sempre meglio che lavorare - The Pills

The Pills

Sempre meglio che lavorare

(Taodue )

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Vecchi, Di Capua e Corradini, al cinema li aspettavamo con ansia. Tre nella comicità è il numero perfetto: Marchesini-Lopez-Solenghi come pure Ciarrapico-Vendruscolo-Torre sono (o sono stati) moschettieri dell’ironia, di affreschi generazionali e degeneri. E di genere anche. Da I promessi sposi a Boris, questi connubi creativi hanno trovato sempre un mezzo di comunicazione d’elezione (la TV in quei casi) e magari non hanno saputo ritrovarsi altrove. Ecco ai The Pills è successo lo stesso. Sono trapezisti della comicità e del surreale solo se hanno la Rete. Senza, precipitano: in tv come al cinema. C’è di buono che la consapevolezza la hanno. Sul piccolo schermo hanno titolato la loro fatica Non ce la faremo mai, sul grande Sempre meglio che lavorare. Difficile fare una recensione più sinteticamente completa di queste due frasi, ma ci proveremo. Perché il talento di questo collettivo non può essere sottovalutato solo perché cambiando grammatica visiva gli errori sono troppi. In questa storia i nostri eterni Peter Pan che consumano la vita (e i caffè e le canne) attorno al tavolino di casa a pontificare con nichilistica indolenza, devono crescere e mettere la testa a posto. O forse no.

Trama fragile come la sceneggiatura che gonfia l’idea di un paio di episodi fino alla durata minima di un lungometraggio, con Luca Vecchi che mostra idee di regia discontinue (ma alcune interessanti e ben congegnate, soprattutto legate al suo personaggio, titolare della migliore caratterizzazione e della sottotrama più interessante), una fotografia discreta ma bidimensionale, una colonna sonora che è sopra la media. Tutto il resto, però, è noia. Perché si ride poco – e lo dice un fan sfegatato di questi ragazzi sul web -, come attori non sono all’altezza, fuori dal raccordo anulare si fa fatica a capire chi potrà trovarlo divertente. O anche solo comprensibile (anzi, già a Roma nord avranno problemi). Bravo Valsecchi a sperimentare con i soldi guadagnati con Zalone, ma non basta l’intuizione di pescare chi sa innovare il linguaggio visivo e comico nel breve spazio di pillole su internet per scoprire i nuovi campioni del botteghino. E neanche autori cinematografici rivoluzionari, sempre che la Taodue ne voglia. Il problema è tutto qui: Pink Floyd e Beethoven, Mozart e Bruce Springsteen sono geni assoluti. E se qualche snob pretende di far gerarchie tra generi musicali, si ricordi che ai suoi tempi Wolfgang Amadeus era accusato di essere pop. E allora se i The Pills sono i migliori in quel formato e minutaggio, su un monitor invece che in una sala, non c’è nulla di male. Anzi. Anche se, e c’è da capirli, quei capolavori sulla Rete sono scarsamente redditizi – e non a caso The Jackal e Il terzo segreto di satira hanno altre attività connesse alla produzione creativa e artistica – e in qualche modo si deve “svoltare”, come dicono spesso nel film.

Glielo auguriamo, per i tanti bei momenti che ci hanno regalato (e come pubblico dovremmo riflettere sull’ingiusta gratuità degli stessi), ma temiamo non avverrà. Perché l’opera è incompleta e incompiuta, nella scrittura come nella visione, non sa intrattenere né stupire, ha lacune nella recitazione (si salva Margherita Vicario, favorita anche da un personaggio facile) e nel ritmo, nonostante un montaggio volenteroso.

Si sono condannati, con le geniali trovate di questi anni, a stupirci. E non ci sono riusciti. Molto meglio i titoli di coda e soprattutto i trailer mendaci, solo liberamente ispirati al film. E questo, in fondo, dice tutto: quella dimensione è la loro.
D’altronde, che senso avrebbe far giocare Higuain in porta e Buffon centravanti?

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