The Night Of - Richard Price, Steven Zaillian
Recensioni

The Night Of
Richard Price, Steven Zaillian

È impossibile non notare un trend, emerso di recente nei media statunitensi, che vede protagonisti i grandi casi giudiziari del passato: disseppelliti per essere sezionati ed esaminati attraverso la lente del tempo, sono riproposti in formati diversi, che ne valorizzano gli aspetti più critici. Si parte, per esempio, dal podcast Serial, che ha appassionato l’America raccontando il processo per omicidio ai danni dello studente Adnan Syed, per passare al documentario a puntate Making a Murderer, che segue le tappe della doppia condanna a Steven Avery, prima scagionato per un delitto mai commesso e poi condannato per un altro, fino alla miniserie American Crime Story, che ricostruisce il circo mediatico del dibattimento contro O.J. Simpson (e non bisogna dimenticare l’inquietante The Jinx di Andrew Jarecki, che disseziona la vita criminale del miliardario Robert Durst). Sono opere che portano l’attenzione del pubblico verso inquietanti bug del sistema giudiziario, spesso preda di questioni politiche e sociali (discriminazione, sessismo, pregiudizi), che possono deviare pesantemente il corso della giustizia. Su questa stessa linea si inserisce la nuova serie evento di HBO, The Night Of. Nasir Khan è uno studente di college che vive con la famiglia di origini pakistane nel Queens. Una notte, Nasir si ritrova a essere il principale indiziato nell’omicidio di una giovane donna dell’Upper East Side. Tutto indicherebbe una sua colpevolezza, se non fosse per la testardaggine con cui si dichiara innocente. Progetto sviluppato intorno a James Gandolfini prima della sua prematura scomparsa, è stato portato a termine grazie a John Turturro, che sostituisce il leggendario Tony Soprano come volto del legale del ragazzo.

The Night Of, così, si allontana dal semplice whodunit e dal legal patinato, diventando occasione per studiare da vicino la catena di montaggio del “law & order” americano: l’arresto, le indagini, la sentenza. È un universo grigio e sovraesposto (almeno quanto la fotografia utilizzata), in cui tutti sono ingranaggi di un sistema che, muovendosi per inerzia, si apre all’errore e all’imprevisto, incapace com’è di processare nozioni come la sfortuna e la casualità. Un procedural decadente e affascinante, che smarcandosi dall’elemento “true story”, è libero di allargare l’inquadratura e respirare, colmando i vuoti e i buchi logici che la realtà produce al suo passaggio.