The Lumineers — Cleopatra | Rolling Stone Italia
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The Lumineers — Cleopatra

Leggi la nostra recensione dei Lumineers su Rollingstone.it

Parte il disco, con Sleep on the Floor, e la prima sensazione è spiazzante: “Ma questa non era già sull’ultimo album?”. Tamburone a scandire il battimani, accordi semplici di chitarra e via di corsa al ritornello da cantare tutto insieme. Poi parte Ophelia, e viene il dubbio: “No, QUESTA era già sull’ultimo album”: tamburone a scandire il battimani, accordi semplici di piano e via di corsa al ritornello da cantare tutti insieme. I Lumineers ripartono da dove li avevamo lasciati, cioè sulle cime delle classifiche e sulle onde delle radio macina-successi. Ma soprattutto, dalle 145 milioni di visualizzazioni su YouTube e 237 milioni su Spotify di un brano il cui titolo ne riassumeva già il manifesto artistico: Ho Hey. Col suo coro da cantare ubriachi al pub: “I belong to you, You belong to me, you’re my sweetheart!”Quattro anni dopo, impermeabili al mancato gradimento delle majors della critica musicale, i menestrelli del Colorado si ripresentano con un disco di quasi arrogante semplicità – ribadita dalla sua brevità: 33 minuti e rotti di canzoni che anche un principiante può suonare. E tuttavia, non è stato anche questo un elemento potentissimo nella diffusione della musica popolare – da Bob Dylan al punk? Così, vale la pena di valutare se il successo del folk-pop dei Lumineers, che può suonare fastidiosamente già sentito a chi ha una cultura musicale nemmeno troppo pretenziosa – il secondo gradino della scala è sufficiente – non sia alla fine un segnale che là fuori, tra l’indie-rock sempre più snob e ipercitazionista, l’hip hop che vede nella musica una “base” (con la subalternità implicita già nel termine) e il pop iperfigo delle canzonette composte a 40 mani da squadroni di autori miliardari e produttori per lo più svedesi, non dica nulla a una cospicua fetta di pubblico che un corettone lo intona volentieri e alla fine c’ha pure ragione, che diamine. Peccato che a intuirlo, per ora, sia chi si ferma all’abc della melodia. Due-tre lettere in più non avrebbero guastato.

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di aprile. Puoi leggere l'edizione digitale della rivista, basta cliccare sulle icone che trovi qui sotto.
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Parte il disco, con Sleep on the Floor, e la prima sensazione è spiazzante: “Ma questa non era già sull’ultimo album?”. Tamburone a scandire il battimani, accordi semplici di chitarra e via di corsa al ritornello da cantare tutto insieme. Poi parte Ophelia, e viene il dubbio: “No, QUESTA era già sull’ultimo album”: tamburone a scandire il battimani, accordi semplici di piano e via di corsa al ritornello da cantare tutti insieme. I Lumineers ripartono da dove li avevamo lasciati, cioè sulle cime delle classifiche e sulle onde delle radio macina-successi. Ma soprattutto, dalle 145 milioni di visualizzazioni su YouTube e 237 milioni su Spotify di un brano il cui titolo ne riassumeva già il manifesto artistico: Ho Hey. Col suo coro da cantare ubriachi al pub: “I belong to you, You belong to me, you’re my sweetheart!”

The Lumineers - Ophelia

Quattro anni dopo, impermeabili al mancato gradimento delle majors della critica musicale, i menestrelli del Colorado si ripresentano con un disco di quasi arrogante semplicità – ribadita dalla sua brevità: 33 minuti e rotti di canzoni che anche un principiante può suonare. E tuttavia, non è stato anche questo un elemento potentissimo nella diffusione della musica popolare – da Bob Dylan al punk? Così, vale la pena di valutare se il successo del folk-pop dei Lumineers, che può suonare fastidiosamente già sentito a chi ha una cultura musicale nemmeno troppo pretenziosa – il secondo gradino della scala è sufficiente – non sia alla fine un segnale che là fuori, tra l’indie-rock sempre più snob e ipercitazionista, l’hip hop che vede nella musica una “base” (con la subalternità implicita già nel termine) e il pop iperfigo delle canzonette composte a 40 mani da squadroni di autori miliardari e produttori per lo più svedesi, non dica nulla a una cospicua fetta di pubblico che un corettone lo intona volentieri e alla fine c’ha pure ragione, che diamine. Peccato che a intuirlo, per ora, sia chi si ferma all’abc della melodia. Due-tre lettere in più non avrebbero guastato.

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