The Hateful Eight - Quentin Tarantino
Recensioni

The Hateful Eight
Quentin Tarantino


Dopo i primi minuti di film, con tutta quella neve, quel Cristo in primo piano ripreso mentre la cinepresa da 70 mm si alza per farci vedere l’arrivo della carrozza diretta a Red Rock e l’incredibile musica di Ennio Morricone ci entra ben bene nelle orecchie per farci capire che è sì un western, ma anche un horror, magari è proprio la versione tarantiniana western de La Cosa di Howard Hawks e de La Cosa di John Carpenter, abbiamo già capito che questo The Hateful Eight ha vinto. Ha stravinto.

E quando vediamo la figura del Maggiore Marquis Warren, sì come il regista Charles Marquis Warren, interpretato da un Samuel L. Jackson che si sente Lee Van Cleef, che ferma la carrozza dove viaggiano il bounty killer John Ruth di Kurt Russell e la sua cattivissima preda Daisy Domergue (sì come Faith Domergue) di Jennifer Jason Leigh, che poi sarebbe la figlia di Vic Morrow, non dimenticato regista di Sledge, vecchio spaghetti western che adoro, e i tre iniziano a parlare, perché anche il maggiore è un bounty killer, siamo già sazi di un film che è solo iniziato.

Il fan di western, ovvio, comincia subito a costruire la sua tela di riferimenti. Ovviamente c’è Stagecoach-Ombre rosse di John Ford, che Quentin non ama, ma il Ringo di John Wayne ferma la carrozza proprio come Samuel L. Jackson, poi c’è la carrozza di Giù la testa di Sergio Leone, e quella di centinaia e centinaia di piccoli western. Per non parlare delle serie tv americane anni ’60. Ma, soprattutto, c’è la carrozza nella neve dei condannati trasportati da Robert Hundar assieme a sua figlia Emma Cohen nel grande western horror spagnolo Condenados a vivir (o Cut-Throats Nine) di Joaquin Luis Romero Marchent, forse il film più simile per tematica e violenza a quello che ha in testa Quentin. Ma che film o quanti film ha in testa Quentin contemporaneamente? Intanto c’è un quarto passeggero per la carrozza, il neo-sceriffo Chris Mannix, cioè Walter Goggins, il più ciarliero, ultimo rampollo di una famiglia di ribelli sudisti, pronto allo scontro con il Maggiore, che è nero e che ha una lettera personale di Lincoln con sé.


Cut-Thoaths Nine di Joaquin Luis Romero, 1972

Mannix porta al film una chiave da telefilm, come indica il nome, ma porta anche l’attualità di un’America non pacificata a sei-sette anni dalla fine della Guerra di Secessione, che sarà poi l’intera chiave politica del film, quella di uno scontro mai finito all’interno della società americana, che solo la finzione può placare. Ma quando l’azione si sposta e lì rimarrà per tutti il film, nella Minnie’s Habedashery, la locanda maledetta dove lo sceriffo Mannix, i due bounty killer con la loro preda, Daisy Domergue, che dovrebbe essere portata a Red Rock per essere impiccata, e i quattro si incontrano con altri quattro ben strani personaggi, un inglese damerino, Oswaldo Mobray, Tim Roth, un vecchio generale sudista, Sanford Smithers, cioè il vecchio eroico Bruce Dern, uno strano cowboy che dice di andare dalla mamma, Joe Gage, cioè Michael Madsen e Bob il Messicano, Démian Bichir, capace anche di suonare il piano, ma nessuno di questi ha nulla a che fare con i vecchi padroni della locanda, l’indiana Minnie Mink e suo marito Sweet Dave, è chiaro che il film prende un’altra piega. Siamo cioè nel regno dello stagey western, genere rarissimo, più adatto al telefilm western, perché povero, che al vero western, anche se Prega il morto e ammazza il vivo di Giuseppe Vari, scritto da Fernando Di Leo, con Klaus Kinski come cattivo, ma tutti sono falsi e cattivi lì, è quello che ha in testa Quentin.


Prega il morto, ammazza il vivo di Fernando Di Leo, 1971

E ha in testa, ovvio, anche Il grande silenzio di Sergio Corbucci, altro western con neve con Klaus Kinski cattivo, Jean-Louis Trintignant muto e Vonetta McGee presenza nera. E mettiamoci anche i grandi film degli anni ’30 e ’40, come La foresta pietrificata di Archie Mayo o come Key Largo di John Huston, che sono la base di ogni grande commedia noir tutta ambientata in un solo set isolato dal mondo. Sì, perché questi quattro personaggi si dovranno distruggere alla ricerca di chissà quale verità nella notte che passeranno insieme. E, ovviamente, nessuno è quello che dice di essere. La sola verità che ci viene data di sapere è che c’è una caramella rossa nascosta nel pavimento. Segno che qualcosa di spiacevole è capitato da poco nella locanda e che la porta si è rotta. Tutto il resto non ve lo dico.


La foresta pietrificata di Archie Mayo, 1936

Vi dico però che è un film dove Tarantino gioca con se stesso e con il suo cinema, non solo con quello che ama. Usa lo spaghetti western per dare maggior forza ai suoi personaggi, ma pensa profondamente al cinema americano, da Howard Hawks a Delmer Daves, e alla società americana di oggi, alla sua violenza. Non è affatto un film pacificato, ma un film dove non si fanno sconti a nessuno. Anche nella violenza, come al solito, non si risparmia in ironia e trovate quasi da cartoon classico, alla Tex Avery. È un film corale, dove nessun attore è davvero più importante rispetto all’altro. È anche un film molto libero, al punto che alla fine di uno dei sei capitoli, non vi dico quale, lo stesso Tarantino entra con la sua voce in campo, racconta come stanno le cose e spiega con un flash back sosa è davvero accaduto. E come se non bastasse a questo punto il film diventa un vero e proprio giallo. Ma non lo è affatto. È sempre e soltanto un western americano camuffato da spaghetti western che nasconde una profondità horror fantascientifica sul tipo di La cosa, che la musica di Morricone, in parte ripresa da quel film di Carpenter, esalta. Ma alla fine è anche qualcosa di più profondo e di ancora più libero. Per questo difficilmente vincerà gli Oscar maggiori. Ma è un grandissimo film.

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