Foreverland - The Divine Comedy
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Foreverland
The Divine Comedy


Il merito maggiore del nordirlandese Neil Hannon è probabilmente quello di non essersi mai stancato di essere The Divine Comedy – la one man band di arguto, ironico pop da camera a cui ha dato vita 26 anni, o 11 album, fa. Forse è merito di una forma tutto sommato benigna di narcisismo, di cui il buon Neil non ha mai fatto mistero. Con Foreverland, che arriva sei anni dopo il precedente, discreto Bang Goes the Knighthood, Hannon continua il suo personale studio di songwriting al tempo stesso melodrammatico e scanzonato, spiritoso e serissimo – solo un anglosassone vecchio stampo come lui può tenere in equilibrio tutti questi contrasti, senza cadere nel ridicolo. E se un filo rosso si può trovare, è nella capacità di glorificare la mondanità attraverso melodie perfette, come Catherine The Great, tanto immediata quanto lo era la Perfect Lovesong a tavolino del suo capolavoro, Regeneration (2001). Il talento pop sarebbe incompleto senza gli arrangiamenti sublimi di cui Hannon è capace: come in The Pact, un omaggio alla musica francese, o Funny Peculiar, duetto in stile Broadway con la sua dolce metà Cathy Davey. Una classe che permette a Hannon di registrare la sua voce con l’iPhone, sdraiato sul letto di un albergo, e trasformarla in una tenera sinfonia-sketch su che senso abbia la gelosia retrospettiva, contro all’immensità del tempo e dell’universo – Other People, che si innalza in un tripudio di archi solo per essere troncata da un prosaico “blah blah blah”. Insomma, stiamo parlando del tizio che, incaricato di scrivere una brutta canzone da Eurosong per la serie tv di culto Father Ted, se n’è uscito con l’indimenticabile My Lovely Horse.

Questa recensione è stata pubblicata sul Rolling Stone di settembre.
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