Orange County California - Tedua
Recensioni

Orange County California
Tedua


The O.C. è stata forse la serie tv più seguita dagli adolescenti nati nei primi anni ’90. Era la storia di Ryan, il bad boy di Chino (una delle zone più malfamate dell’immensa area metropolitana di Los Angeles) con alle spalle una famiglia disastrata, che veniva affidato a una coppia benestante della zona più ricca della California, tutta ville con piscina e Yacht Club. Appunto, Orange County. Da lì in poi inizia il bello della serie, con Ryan e Seth, il figlio nerd della famiglia affidataria, che ne combinavano di ogni genere insieme, fra feste, spinelli e tipiche scene da high school. Mario Molinari, vero nome dietro il moniker di Tedua, vanta analogie con la storia di Ryan più di chiunque altro, basta solo sostituire Chino con Calvairate Milanese e Orange County con le località della costa ligure attorno a Cogoleto. Mario ha avuto persino la sua Marissa (la ragazza ricca che in The Orange County si innamora di Ryan), ma non ne parla molto volentieri. Fatto sta che, per rendere omaggio a una delle serie più coinvolgenti per la sua generazione, il rapper ha dato lo stesso nome anche al suo primo mixtape non ufficiale, che ora Universal ristamperà anche su CD con all’interno sei inediti: Orange County California. Si parla di Tedua, quindi. Così come i blasonatissimi inni di quest’anno come Buste Della Spesa, Lingerie (feat. Sfera Ebbasta) o Fifty Fifty (feat. Ghali), i nuovi pezzi nella release fanno leva su una trap ustionata dal sole ligure e arricchita di parti melodiche. L’intro di OC (California) prende addirittura in prestito il riff di chitarra acustica della famosa sigla dei Phantom Planet, per poi lasciare spazio allo stream of consciousness da James Joyce che il rapper usa per definire il suo freestyle. I detrattori di Tedua lo accusano di non avere flow, di non andare a tempo sul beat. La verità è che, fra ricerca dell’assonanza e improvvisazione, Tedua è la cosa più simile a DJ Gruff che attualmente ci sia in circolazione. Con l’unica differenza che Gruff non gira con gli scarponcini Timberland e la cintura di Gucci.

Questa recensione è stata pubblicata su Rolling Stone di gennaio.
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