Tartarughe Ninja - Fuori dall'ombra - David Green
Recensioni

Tartarughe Ninja - Fuori dall'ombra
David Green


Cowabunga, i semi-dei con guscio sono tornati, e sono più inutili e irritanti che mai. Le loro buffonate rendono i 112 minuti necessari per arrivare in fondo a questo film un tortuoso lavaggio del cervello per ogni essere dotato di intelletto che non sia un neonato. Prodotto da Michael Bay – quattro parole che fanno paura nei cuori di ogni cinefilo – il film è l’ultimo capitolo che di un franchise che tutti pensavano fosse morto e sepolto fino a quando Bay ha deciso di farlo risorgere anni fa. Grazie per l’inutilità, amico.

Qual è la trama? Non riesco a trovarne una nel copione prodotto da Josh Appelbaum e André Nemec. Qualcosa che parla di un piano per conquistare il mondo, messo a punto dallo scienziato pazzo Baxter Stockman (Tyler Perry) e Krang, un cattivo senza corpo. È soltanto una giustificazione creata dal regista David Green per dare fuoco alle polveri nascoste sotto il guscio dei nostri eroi e agli attori che le interpretano. I nostri eroi vorrebbero tantissimo far sapere a tutti che sono stati loro a salvare NYC nell’ultimo episodio e non, come si dice in giro, il cameraman Vern (uno sprecato Will Arnett). Che aveva più di un motivo per farlo. Lo stesso non si può dire di questo film, che esiste solo per succhiare qualche soldo al mercato dei più giovani.

È tutta azione (e pizza) in abbondanza per Leonardo (Pete Ploszek), Raffaello (Alan Ritchson), Donatello (Jeremy Howard) e Michelangelo (Noel Fisher). Le tartarughe prendono il nome dai maestri del Rinascimento, ma questa pellicola si tiene ben lontana dal mondo dell’arte. Ne siete sorpresi? Quello che mi ha scioccato di più in questa esplosione da due soldi di effetti di computer grafica è stato vedere un’attrice in odore di premio nella folla. No, non sto parlando di Megan Fox, che è tornata (spesso vestita con un’uniforme da scolaretta) a prendere la sua paga nei panni della giornalista April O’ Neill. Sto parlando della nominata agli Oscar Laura Linney, che interpreta il ruolo della poliziotta Rebecca Vincent e a cui non è neanche permesso indossare una maschera per nascondere la sua vergogna. Ecco, penso che la cavalleria sia morta. E così è questo film, un sottoprodotto tossico di un’industria cinematografica che continua a impacchettare merda con decorazioni e nastri sempre più appariscenti per poi venderla come divertimento per tutta la famiglia. Il mio consiglio? Tirate lo sciacquone.