Carrie & Lowell - Sufjan Stevens
Recensioni

Carrie & Lowell
Sufjan Stevens

L’autrice inglese Jeanette Winterson diceva che per raccontare se stessi fino a trasformare l’autobiografismo in un’opera d’arte occorre essere autentici, veri, senza però scadere nel puro confessionale, ma trasportando il proprio vissuto in una dimensione ai confini tra la favola e la realtà.

Sufjan Stevens si è sempre dimostrato eccezionale nel muoversi a cavallo fra i due piani: ha la stoffa del vero narratore e la capacità di raccontare storie che vanno dal personale all’universale (come quella di John Wayne Gacy, pericoloso serial killer di cui ha cantato le gesta in un brano di Illinois) senza mai risultare forzato o morboso.

Carrie & Lowell parte dalla perdita della madre Carrie, scomparsa di recente, per addentrarsi in un territorio doloroso e oscuro. Come in un romanzo di formazione che parte da un trauma – Sufjan è stato abbandonato dalla madre quando aveva 8 anni ed è stato cresciuto dal patrigno Lowell – e passa attraverso un percorso di crescita e rinnovata consapevolezza. La figura materna, che Sufjan Stevens celebra in questo disco, somiglia a quella della Julia di John Lennon: non la mamma che ti fa la torta e ti soffia il moccio dal naso (o meglio, non sono solo quello), ma la “madre della sua invenzione”, per citare Frank Zappa.

La sua assenza e la sua fragilità hanno avuto un ruolo fondamentale nel formare una personalità artistica così libera, pura, ma anche complessa e sempre incline ad assecondare ogni slancio creativo. Musicalmente il disco poggia tutto su pochi elementi riconoscibili: la voce, la chitarra acustica, il banjo, il pianoforte e giusto qualche synth usato come nota di colore. La rinuncia degli orpelli come metafora del mettersi a nudo e mostrarsi senza filtri.

La produzione è un’armatura. Carrie & Lowell, un nervo scoperto. Vivo

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