Star Wars: Gli Ultimi Jedi - Rian Johnson
Recensioni

Star Wars: Gli Ultimi Jedi
Rian Johnson


Chi è il padre di Rey? Kylo Ren è passato definitivamente al Lato Oscuro? Chi sono Gli Ultimi Jedi? Tranquilli, non risponderemo a nessuna di queste domande, anche perché questo è il capitolo della saga con più plot twist dai tempi della rivelazione di Darth Vader. E non dimentichiamo che stiamo parlando della trilogia a più alto rischio di spoiler di sempre e che, tra l’altro, se giochi al fantamorto (sullo schermo eh, non facciamo i blasfemi) rischi pure di perdere…

Invece vi diremo un’altra cosa, che alla fine è l’unica davvero importante: possiamo tirare un sospiro di sollievo, il futuro della galassia è in buone, buonissime mani. Sì, Rian Johnson, conosciuto per un paio di (belle) pellicole indie come LooperBrick, è esattamente la “nuova speranza” di cui la Forza aveva bisogno. Anche se (o proprio perché) sulla Forza mette in discussione le nostre decennali certezze, scuotendone selvaggiamente le fondamenta.

Avevamo lasciato la Resistenza, guidata dal generale Leia Organa, a combattere contro il Primo Ordine, mentre Rey arrivava sull’isola deserta di Ahch-To per chiedere aiuto a Luke Skywalker. Ed è proprio da lì che il racconto riparte.

Gli Ultimi Jedi è tutto quello che ogni fan avrebbe voluto che fosse, è l’essenza quasi pura (perché un filo di edulcorante disneyano c’è, ma va bene così) di un film di Star Wars. Ci inoltriamo nell’iperspazio? Probabilmente è il miglior Guerre Stellari dopo L’impero colpisce ancora, a cui strizza l’occhio senza mai però gigioneggiare in copia carbone come aveva fatto J.J. Abrams per Il Risveglio della Forza, che poi era l’ultima cosa che ci si aspettava da uno che ha dato nuova linfa a Star Trek.

Johnson è rispettoso ma allo stesso tempo ambizioso e dirompente, abbraccia e venera le radici del franchise eppure non ha mai paura di rischiare, prende la tradizione e la porta in territori inesplorati persino dal Millenium Falcon, ormai orfano di Han Solo. Perché il regista è abbastanza furbo da onorare il passato prima di divertirsi, più che a distruggerlo, a smontarlo pezzo dopo pezzo, ben consapevole che gli archetipi devono evolversi per sopravvivere e per costruire una nuova mitologia da consegnare alle nuove generazioni. E ci regala alcune delle scene più spettacolari della saga: dalla battaglia spaziale in apertura ai combattimenti con le spade laser. Semplicemente epici.

Non reinventa nulla ma scava in modo inedito nella psicologia dei nuovi eroi (questi sì, merito di Abrams): il Kylo Ren di Adam Driver è, finalmente, da applausi (e il sospetto che il problema – doppiaggio tragico a parte – non fosse lui nel film precedente diventa certezza), la Rey di Daisy Ridley è maturata, ma senza dubbio questo è il trionfo di Mark Hamill, nella sua performance più intensa e sfaccettata di sempre. E l’omaggio a Carrie Fisher è elegante, sentito ma non forzato, tra il sorriso e la lacrimuccia nemmeno troppo facile.

Il film è lungo, due ore e mezza non sono poche, e i personaggi sono tantissimi (troppi?) ma Johnson riesce anche dove lo stesso Lucas aveva fallito nella trilogia prequel: non si incarta (quasi) mai e, oltre ad un nuovo capitolo stellare, porta a casa un blockbuster intelligente, costruito in maniera brillante, profondo ma anche divertente. Molto divertente.

Ha le palle Johnson, la perfetta dose di humor, ma soprattutto cuore e passione, la stessa di George Lucas 40 anni fa. Come dice qualcuno (!), i maestri sono il terreno su cui crescono gli allievi. E scusa J.J., ma potente la Forza in Rian è.