.5 The Gray Chapter - Slipknot
Recensioni

.5 The Gray Chapter
Slipknot


I rapper che si lamentano delle costrizioni dell’hip hop dovrebbero provare il metal, genere estremo anche nella caccia all’eretico (ora e sempre, “morte al false metal”). Lo sanno bene gli Slipknot, uno degli ultimi gruppi a costringere a un salto evolutivo questo genere che, a volte, sembra una riserva indiana.

Nel 1999 gli Slipknot erano quella che vostro nonno chiamerebbe “un’americanata”: nove bestioni sul palco, venuti dal nulla (Des Moines, Iowa, nota giusto per essere un covo di assicuratori) eppure prodotti da un maestro come Ross Robinson. Violenti, ignoranti, sempre con la maschera (anche dietro le quinte). Non avevano nomi, ma numeri (erano Uno, Due, Tre…). E non eri un metallaro se non dicevi: «Sono forti, ma la voce non gli dura più di due canzoni».

Hanno vinto gli Slipknot, vi svelo il finale. Hanno fatto di tutto, persino canzoni con la chitarra acustica, eppure sono sempre riusciti a rimanere loro stessi. Finché il bassista Paul Gray non è stato trovato morto in un motel di Johnston, Iowa, in un lunedì di fine maggio.

Son passati quattro anni e gli Slipknot, dopo tanta ricerca, si sono ritrovati (con un batterista e ovviamente un bassista nuovi). Hanno fatto un album strano, che ci piace, e chissenefrega se qualcuno non lo digerirà. Perché .5 The Gray Chapter è il disco che ha fatto scoprire agli Slipknot la virtù meno Slipknot che ci sia: la pazienza (virtù dei forti, che quando serve sanno ancora menare come dei fabbri, con canzoni che non partono, decollano, e velenosi “Don’t forget to hate me”).

Se dovete ascoltarne una sola, puntate su Skeptic.

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