Anarchytecture - Skunk Anansie
Recensioni

Anarchytecture
Skunk Anansie


Il rapporto tra gli Skunk Anansie e l’Italia è sempre stato speciale, fin dai tempi in cui al capoccione rasato di Skin veniva associato il termine clit-rock (mamma mia quanto eravamo ingenui negli anni ‘90) e la ribalta della tv nazionalpopolare sembrava davvero irraggiungibile. Ma per fortuna le cose cambiano, le band si sciolgono, si riuniscono, fanno un tour sold out dopo l’altro, pubblicano un nuovo disco, continuano (se va bene) e si fermano di nuovo (se va male). Agli Skunk Anansie deve essere andata benone, perché ridendo e scherzando siamo arrivati al terzo album in cinque anni e se contiamo anche il greatest hits del 2009 e il disco acustico del 2013, ci rendiamo conto di quanto la loro seconda vita sia stata addirittura più fruttuosa di quella precedente. Anarchytecture arriva sulla scia dell’attenzione mediatica generata dalla partecipazione della cantante all’ultima edizione di X-Factor: quello di Skin è ormai un volto familiare anche per quelli che non si interessano alla musica suonata con le chitarre più o meno distorte. La sua voce, poi, somiglia sempre più a quella della sirena che ti segnala l’arrivo in un porto sicuro. La senti cantare e ti sembra di essere tornato a casa e che non sia passato neanche un minuto da quando eri adolescente e nella cameretta avevi appeso al muro le foto di questa tizia così diversa da tutte quelle che vedevi nelle altre band. Il problema, se così si può definire, sta proprio nell’eccesso di consuetudine in cui si cade ogni volta che si ascoltano gli Skunk Anansie: di base fanno sempre la stessa cosa, nello stesso identico modo, da sempre. Ci sono i brani più tirati e le ballate spaccacuore, i singoloni destinati a ribaltare l’airplay e quelli che faranno pogare gli esagitati sotto il palco. Le cose cambiano, dicevamo prima, ma spesso cambiano per non mutare mai davvero.Gli Skunk Anansie sembrano essere rimasti prigionieri in un eterno 1999, e purtroppo questa roba era già invecchiata precocemente nel 2001. Figuriamoci ora.

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