Big Music - Simple Minds
Recensioni

Big Music
Simple Minds


È facile parlare, ma pochi di noi sanno cosa significa realmente fare musica per un sacco di tempo – poniamo, quasi quattro decenni. E per di più, farla con la stessa persona accanto.

Jim Kerr e Charlie Burchill costituirono il nucleo dei Simple Minds sostanzialmente quando si incontrarono, a 8 anni. Incisero il primo album a 19 anni. Oggi ne hanno 55. E rappresentano un affascinante esempio di un percorso umano e musicale quasi da manuale: slancio creativo, maturità, autoindulgenza, imborghesimento, crisi di mezza età, riscoperta di se stessi.

Big music arriva cinque anni dopo il patetico Graffiti soul, ma soprattutto dopo una salutare immersione nel passato, con un tour lungo e inaspettatamente fortunato, dedicato esclusivamente al periodo sperimentale pre-aureo, senza mai concedere (né al pubblico né a se stessi) una delle hit degli anni ’80.

La riscoperta della propria vena elettronica, sepolta da anni di pop imbolsito e oggettivamente anziano, si accompagna all’apertura a compagni di lavoro nuovi (Iain Cook dei Chvrches, coautore di diversi brani) e vecchi (Steve Hillage, Steve Osborne, Andy Wright).

Il risultato non è un capolavoro, però è un confortante recupero di identità per un gruppo che era divenuto una sorta di zimbello, dopo che del New Gold Dream erano andati svanendo gradualmente prima il terzo, poi il primo, e infine, a furia di discacci, il secondo concetto. Certo, in molti brani il passo rallenta sulle cadenze confortevoli che hanno saturato la lunga fase di declino, mentre pezzi come Imagination o la cover di Let the day begin dei The Call paiono esche messe a bella posta per esaltare i nostalgici della fase “viva e scalciante”; tuttavia in diversi brani (Blindfolded, Midnight walking, Broken glass, Spirited away) i fan che avevano smesso di sperare potranno intravvedere una scintilla nella pioggia.

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