Machine Messiah - Sepultura
Recensioni

Machine Messiah
Sepultura


È sempre facile mettere le mani avanti e dire che i Sepultura non dovrebbero più portare quel nome. Ok, i due padri (o meglio, fratelli) fondatori, Max e Igor Cavalera, hanno fatto i bagagli la bellezza di 20 e 10 anni fa, lasciando ai restanti Andreas Kisser e Paulo Jr. il compito di assoldare un nuovo cantante e un batterista. Ma quella del “Boycott Sepultura” è una storia così vecchia, trita e ritrita, che per una volta si può mettere da parte la totale indifferenza che, come molti, ho sempre avuto per la nuova formazione della band di thrash metallari brasiliani. Questo nonostante l’ennesima incazzatura del 2013 per The Mediator Between Head and Hands Must Be the Heart, un album che provocava nausea già dal nome, e delle motivazioni che all’epoca Max Cavalera si era finalmente degnato di darci a proposito della rottura del 1997. “Le mie uniche opzioni erano stare con loro e fare ciò che volevano, ovvero licenziare Gloria (moglie di Max e all’epoca manager della band, ndr), oppure lasciare la band”, scrive l’ex frontman nella sua autobiografia, proseguendo poi con l’accusa a Kisser di “tenere in ostaggio la band”. Quindi, quali sono i pro e i contro di questo Machine Messiah, nuovo capitolo della seconda vita dei Sepultura? Sicuramente ci sono gli spaventosi abissi baritonali che la voce di Derrick Green può raggiungere quando non caccia scream e growl eseguiti comunque come prevedono le sacre scritture del metal. Ottimi anche i vari rimandi a Beneath the Remains, forse il più grande lascito della band, come l’arpeggiato di chitarra malinconico che apre la title track o il serratissimo thrash metal da Terza Guerra Mondiale in Vandals Nest. Eppure, nonostante siano riconoscibilissimi alcuni elementi chiave dei brasiliani (stesse distorsioni, stesse citazioni tribali delle percussioni, addirittura stessi reverse reverb sulle voci), mancano sempre piccoli tasselli per farne un vero disco dei Sepultura. Parlo della voce impastata da Vicodin e vino rosso di Max Cavalera – all’epoca di Chaos A.D. pare che la dose giornaliera avesse raggiunto le 20 compresse del primo e le due bottiglie del secondo –, la batteria davvero intrisa di Amazzonia del fratello o, più banalmente, i riff semplificati ma incisivi dello stesso Kisser, anche lì rallentati da sostanze. Uno prova a dimenticare, ma è chiaro che i Sepultura non siano più loro da molto tempo.

La recensione è stata pubblicata su Rolling Stone di gennaio.
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