Search Party - Sarah-Violet Bliss
Recensioni

Search Party
Sarah-Violet Bliss

TBS, uno dei tanti canali via cavo che popolano il piccolo schermo statunitense, da qualche tempo sta tentando di imporsi in maniera più incisiva nel mondo della commedia televisiva. Impresa per niente facile, quando hai colossi come Comedy Central con cui scontrarti, da anni vetta indiscussa della comicità in tv. I recenti tentativi di TBS di crescere in rilevanza hanno riscosso tiepidi risultati: dal demenziale e alquanto datato Angie Tribeca al “Community con gli alieni” People of Earth, fino a Wrecked, stantia parodia di Lost. Il canale, dunque, non era ancora riuscito a proporre un’offerta con un’identità definita, capace di spiccare nel mare magnum della serialità. Fino a oggi. Ed è curioso vedere come il primo prodotto con le carte in regola sia anche quello meno spiccatamente comedy del suo palinsesto.
Search Party, infatti, può definirsi per la maggior parte un mistery, almeno in forma spuria. Quando Chantal Winterbottom da un giorno all’altro sparisce nel nulla, sono in molti a dispiacersi e in molti altri a darla già per spacciata. L’unica rimasta a credere che la ragazza sia ancora viva e vegeta, là fuori, è Dory, sua vecchia compagna di corso al college e adesso una fra i tanti giovani millennial senza arte né parte che affollano i monolocali di New York. Assieme al suo fidanzato e ad alcuni amici, che passano le giornate nella futile ricerca di fama e fortuna, Dory si mette sulle tracce della sventurata: annoiata e insoddisfatta, forse spera di ritrovare, assieme a Chantal, un nuovo scopo, una direzione che la sua vita ha smarrito. Una missione che la porterà a dissotterrare loschi segreti e a imbattersi in strani personaggi. Ma alla fine il gioco della detective la condurrà davvero da qualche parte?
Questo figlio illegittimo di Girls e Twin Peaks funziona in entrambi i macrogeneri che aspira a mescolare. Come comedy sa essere un irriverente commento a una generazione di 20enni senza bussola o valori, evitando di scadere nel bieco moralismo. Come mistery, invece, dimostra di sapersi muovere bene nel filone, replicandone i topoi più noti e adattandoli alla generazione smartphone. Come fusione fra le due cose, restituisce la decadenza del noir a una metropoli newyorkese fatta di superficialità e inconsistenza, più che di peccato e perdizione. Perché spesso una fotografia si riempie unicamente del filtro Instagram che scegli di usare.

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