Carry Fire - Robert Plant
Recensioni

Carry Fire
Robert Plant


È bello immaginare Robert Plant come un viandante che parte dalla sua fattoria tra le colline del Galles (dove vive quando non è a New York) per girare il mondo e immergersi nei suoi suoni, che non si gira mai indietro e se la ride mentre tutti continuano a chiedersi perché non vuole fare la reunion dei Led Zeppelin.

Semplicemente Plant non ne ha voglia perché ha abbastanza ispirazione ed energia per andare avanti nel suo percorso, e continuare ad allargare i confini del suono rock, blues e folk che proprio gli Zeppelin hanno disegnato in quel modo irripetibile. “Mi sento come un marinaio che ha passato molto tempo in tanti porti diversi”, ha detto in un’intervista.

Carry Fire, il suo secondo album solista con la band Sensational Space Shifters con cui suona in tour dal 2002 è un viaggio malinconico e riflessivo che non ha nulla di antiquato, autocelebrativo o eccessivamente spirituale. I Sensational Space Shifters gli costruiscono intorno una base musicale che mette insieme il folk celtico, le sfumature del genere Americana, il sapore dei ritmi africani e mediorientali ma anche la sintesi di influenze postmoderna del trip-hop.

Plant ci mette lo stile, il coraggio di mettersi in gioco e la profondità della sua voce. Quello che colpisce, oltre agli strumenti che Plant inserisce nel suo linguaggio, dalle percussioni bendir alla viola del maestro folk britannico Seth Lakeman (c’è anche un duetto con Chrissy Hynde nella cover di un pezzo rockabilly del 1957, Bluebirds Over the Mountain), è la spontaneità del risultato finale. Questo disco sembra una finestra aperta su una session di musica che va avanti da sempre, dai tempi di Physical Graffiti alle sperimentazioni etniche del tour No Quarter con Jimmy Page fino alle ultime cose incise da Plant.

Il viandante ha portato la sua presenza affascinante in giro per il mondo ed è tornato a noi con una musica graffiante, intensa e ipnotica senza perdere nulla del suo fascino oscuro. Come ha raccontato il suo chitarrista Justin Adams: “In studio Plant crea un’atmosfera tale da farti pensare che da un momento all’altro possa venire giù un fulmine dal cielo”.

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