A Moon Shaped Pool - Radiohead
Recensioni

A Moon Shaped Pool
Radiohead

Lo sapevamo dal 1995 che “il vero amore aspetta nelle soffitte stregate / vive di lecca lecca e patatine”, e che una sola canzone dei Radiohead come True Love Waits – scritta allora, incisa solo adesso sopra un ammicante pianoforte minimalista – vale tutta la discografia dei Coldplay e dei Muse. E che né l’esibizione di fragilità né il sinfonismo post-classico avrebbero salvato il rock dalla sua inevitabile estinzione come linguaggio della contemporaneità.

Uomini di quasi 50 anni alle prese con i figli, i divorzi, le morti degli anziani genitori ce lo vengono a ricordare adesso, aggiungendo dolcezza e romanticismo al loro antico progetto: “sparire completamente” in un tempo fatto solo di attimi, liberato dalla sequenza della propria identità, che ci venga risparmiato lo spettacolo infinito di se stessi. Dei Coldplay, dei Muse, dell’ego rock’n’roll chissenefrega, veramente. “Affogherò le mie convinzioni – diceva ancora quella canzone, scritta all’età in cui tutto sembrava possibile – mi vestirò come tua nipote, ti laverò i piedi gonfi. Purché non te vada”.

Ogni disco nuovo dei Radiohead, in fondo, è soltanto una scusa per non essere l’ultimo, dell’”ultima grande rock band” – come amano dire i critici che non sopportano le mezze misure. Eppure, proprio la cosa più umana di tutte è il fallimento, l’imperfezione, l’incapacità di essere all’altezza di se stessi: creep come il disgraziato protagonista della Canzone Numero Uno, quella su cui vorremmo illuderci che non siano state costruite tutte le altre dei Radiohead. “I Radiohead – scriveva il critico Alex Ross già nel 2001 – fanno musica classica per le masse”. Si riferiva ai pochi trucchi (modulazioni armoniche, accordi perno, maggiore/minore), sempre gli stessi, che fin dai tempi di Creep duplicano il senso di disorientamento contenuto nei testi di Thom Yorke.
Con la stessa ingenuità che è tutta e soltanto rock, adesso Jonny Greenwood nasconde la formula dietro gli archi della London Contemporary Orchestra. Per rendere omaggio a Penderecki, Steve Reich, Morricone: gli autori che lo scorso inverno ha portato in giro come un missionario per club e locali inglesi dopo averli studiati a fondo nella sua nuova vita di compositore per il cinema. “I sognatori non imparano mai”. È una consolazione? Una condanna? Nel video per Daydreaming, il regista Paul Thomas Anderson segue Thom York “nel mezzo della vita”. L’inferno di questa commedia ha l’aspetto familiare di lavanderie, ospedali, appartamenti, fabbriche abbandonate. Nei film, come nelle canzoni, la mistica uscita dal mondo si può soltanto annunciare a parole. Ascoltare nel riverbero Exotica di un Debussy 2.0. Immaginare, con ovvie difficoltà visive, come il fuori-fuoco eterno che c’è in fondo al video.

Fuoco anche in Burn the Witch, brucia la strega, il pezzo “politico” del disco: nel paesino inglese, tra i pupazzetti della tv dei ragazzi, la paranoia sociale che pervade l’Occidente non è nient’altro che la somma di tutti i nostri ego disperati. E dei nostri fallimenti. “Il potere è della gente / i numeri non decidono”, canta Thom York in The Numbers fingendosi Neil Young, a sorpresa (e sorprendentemente ripercorrerà il flusso di coscienza di John Martyn e del folk rock inglese in Desert Island Disk). Ma in Decks Dark si figura all’ombra di un’astronave aliena “che oscura il cielo” e tuttavia non salverà nessun seme della terra, come lo stesso vecchio hippy californiano profetizzava in After the Gold Rush. “È solo una risata, è una bugia”, commenta infine, come se fossimo di fronte all’ennesima prova di un diavolo tentatore.

Diabolica è la perfezione. I delusi dal fatto che i Radiohead – primi a dissolversi nella Rete, quando vent’anni fa Kid A prese a girare liberamente su Napster – abbiano usato la propria cancellazione dai social network come (banale) “gesto di marketing”, per attirare un poco d’attenzione, dovrebbero ricordarsi prima di tutto che i social network sono pur sempre marketing della vita, e non la vita stessa.

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