Rick & Morty - Justin Roiland, Dan Harmon
Recensioni

Rick & Morty
Justin Roiland, Dan Harmon


‘Ascolta Morty, mi spiace deluderti, ma quello che chiamano amore è solo una reazione chimica che fa accoppiare gli animali. Colpisce duro, Morty, e poi lentamente si spegne e ti incastra in un matrimonio fallito. Lo ha fatto con me, lo farà con i tuoi, rompi il cerchio Morty, vai oltre, concentrati sulla scienza’. (Rick Sanchez)

Nel vuoto totale lasciato dall’assuefazione collettiva ai Simpsons, programmati e riprogrammati fino alla nausea, e all’inesorabile prevedibilità dell’umorismo dei Griffin, di cui abbiamo assimilato il situazionismo e il meccanismo a orologeria dei flashback come abbiamo assimilato il fatto che ci sarà sempre una prossima elezione in cui Berlusconi si candiderà, la mia generazione è rimasta priva di qualcosa. Di un prodotto audiovisivo che confermasse il suo posizionamento di ‘intelligens ridens’, cioè di uno che può ammettere serenamente di guardare un cartone animato senza sentirsi sempre lo stesso dodicenne che torna a casa e non veda l’ora che il minestrone della nonna sia finito per potersi sedere davanti alla tv. In questa voragine, nemmeno due anni fa, è arrivato in Italia Rick & Morty, e non sarebbe potuta succedere cosa migliore.

Arrivato alla sua terza stagione (sono tutte disponibili su Netflix), Rick & Morty è una science fiction animata con due protagonisti che assomigliano alle versioni non-censurate di Doc. Emmett Brown e Marty McFly di Ritorno al Futuro. Rick, uno scienzato geniale, alcolizzato e con un distruttivo disturbo narcisistico di personalità che lo porta a ritenersi un semi-dio, è il nonno di Morty, un quattordicenne remissivo, insicuro e con una morale salda e ancorata ai valori dell’umanesimo universalista. Rick, che non nutre grande stima per gli spunti educativi proposti dal sistema scolastico, trascina il nipote in quotidiane avventure in dimensioni parallele ed universi alternativi, tra cui quello dei culi scoreggianti e quello in cui esseri mostruosi a sei braccia si accoppiano in continuazione con bambole gonfiabili robot. A casa li aspettano Summer, la sorella diciassettenne di Morty con un sarcasmo grande quanto la sua voglia di scappare di casa e rifarsi le tette, e i suoi genitori: Beth, una chirurga per cavalli a cui maternità precoce ha fatto scoprire l’amore per il vino scadente, e Jerry Smith, la rappresentazione della nullità cosmica travestita da scadente pubblicitario prossimo alla disoccupazione. Qualcosa di più della classica famiglia cattolica disfunzionale.

Rick & Morty fa ridere fortissimo, e soprattutto ti lascia scegliere di cosa ridere. Delle esilaranti peripezie interdimensionali della coppia nonno-nipote, in cui si susseguono parchi divertimento a tema anatomico ricavati nelle interiora di un clochard vestito da Babbo Natale e tentativi di stupro di minori da parte di lumache giganti nei cessi di una locanda medievale. Dei registri linguistici dei personaggi, che vanno dall’esitante semi-balbuzie di un quasi sempre atterrito Morty e dei lucidi deliri sull’entropia dell’universo interpolati da rutti e frequenti sorsate di Whiskey di Rick. Del rapporto coniugale di Beth e Jerry, che materializzato dai congegni di un centro per terapia di coppia aliena li raffigura una come un incrocio tra una mantide religiosa e Alien Xenomorph e l’altro come una gigantesca larva strisciante. Oppure, se te la senti e accetti la sua weltanshaaung, come dice Rick, puoi andare oltre.

Oltre, come ne ha scritto l’entusiasta stampa americana, c’è “uno sguardo approfondito nel nichilismo, avvolto da un’infinita barzelletta sulle scoregge”. Emerge subito nel primo episodio, in cui Rick, e non solo in virtù di una potentissima sbronza, pensa che possa essere carino scaricare una bomba a neutrini sulla terra e distruggere l’umanità intera. Perché la terra, in fondo, esiste in infinite repliche, in universi paralleli, e quella dell’universo C-137 non è poi così importante ai fini dell’ordine cosmico e la vita quotidiana, costellata da piccoli crucci successi, è insignificantemente piccola di fronte alla televisione interdimensionale, dove lo spazio è così infinito da poter persino ospitare pubblicità di concessionarie automobilistiche lunghe quanto un kolossal hollywoodiano.

È vero, la creazione di Dan Harmon e Justin Roiland nasce da un corto di quest’ultimo, parodia di Ritorno al futuro, in cui Doc Brown/Rick convince un minorenne Marty/Morty che l’unico modo che ha per assestare la linea spazio temporale sia quello di leccargli le palle (ed altro, per questo ne sconsiglierei la visione in presenza di minorenni o di Mario Adinolfi). È la pornografia dell’esistenza che, privata della sua importanza dalla presa di coscienza che non sia unica ma che si ripeta in infinite copie in infiniti luoghi in un tempo infinito, ti lascia libero di sperimentare tutto ciò che desideri, o meglio, tutto ciò che è possibile, solo in quanto tale. Come dice Morty, il vero protagonista di questo romanzo di formazione travestito da sinfonia di rutti e organi genitali, “Nessuno esiste per un motivo, nessuno appartiene a nessun luogo, tutti moriranno. Vieni a vedere la tv”.

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