Lo schiavista - Paul Beatty
Recensioni

Lo schiavista
Paul Beatty


Se non conoscete Paul Beatty, leggetevi Lo schiavista perché potrebbe restare il suo libro migliore, nonché uno dei migliori romanzi americani degli ultimi anni (è entrato tra i finalisti al Man Booker Prize 2016, ed è il primo americano ad aver vinto il premio). Potete prenderlo come la trascrizione in forma letteraria di uno show di Louis C.K. fatto da un afroamericano, o se avete smanie da filologi potete divertirvi a scovare tutti i riferimenti più o meno occulti.

Insomma, leggetevelo come vi pare, e trovateci pure quello che volete: il nuovo Roth, il nuovo Swift, il Kraus americano, uno Žizek romanziere, o semplicemente uno scrittore bravissimo in grado di spostare parecchi chilometri più in là l’orizzonte asfittico e auto-celebrativo di un’ironia politicamente scorretta da social media, perché l’abilità di Paul Beatty – che è molto più di un’abilità, è il dono di uno scrittore – è sfondare le regole stesse dell’ironia e dei suoi bersagli.

Con Lo schiavista assistiamo al processo del protagonista di fronte alla Corte Suprema per aver ristabilito la schiavitù come esperimento sociale in un ghetto alla periferia di Los Angeles. Beatty non si limita a mettere in crisi l’accorata pantomima dei diritti civili – una nuova forma di religione più castrante della peggiore Inquisizione – ma ha l’audacia spietata di trasformarla in un paradosso distopico, senza però il salvacondotto della catarsi.

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