Ore 15:17 – Attacco al treno - Clint Eastwood
Recensioni

Ore 15:17 – Attacco al treno
Clint Eastwood


Puro Eastwood al 100%. Una minoranza di critici e spettatori ha inneggiato al grande Clint persino per il suo film più senile e sciatto, dicendo che in fondo lui se la può permettere un’opera così. Sono gli stessi che non si rassegnano al fatto che Malick sia invecchiato male e continuano a urlare “capolavoro” a ogni suo lungometraggio, sempre più stanco e vacuo. Senza il rispetto per un genio che fino a La sottile linea rossa ci ha regalato solo meraviglie.


Destino dei venerati maestri, che per dirla alla Arbasino, sono tali per età (e per meriti, quasi sempre passati e sepolti) dopo essere stati a lungo soliti stronzi. Ma quando arrivano alla prima categoria, nessuno vuole retrocederli, nessuno ne ha il coraggio, nemmeno temporaneamente.

Eastwood, più prolifico di Terrence, qualche passaggio a vuoto – come Hereafter – l’aveva già avuto, ma tendenzialmente con la sua epica lineare e semplice, le sue immagini nitide come i suoi pensieri, con le sue intenzioni e intuizioni chiare e illuminanti, ci ha sempre offerto storie iconiche, parabole dolorose e potenti.

Gli abbiamo perdonato una tecnica cinematografica scarna, movimenti di macchina mai troppo arditi, perché lì è la sua forza: tempi perfetti, scrittura che tra scene madri e matrigne ti spacca il cuore e ti penetra nel cervello, montaggio e fotografia militari per la loro precisione strategica. Una sorta di Mozart della macchina da presa che si rivolge a tutti con raffinatezza.

Ma in Ore 15:17 – Attacco al treno stecca clamorosamente. Lo spartito, che solitamente non ha una nota fuori posto e soprattutto non una in più del necessario, qui sembra invece cercare invano il tono giusto, l’armonia manca perché tutti vanno per conto loro e non trovando la musica giusta Clint la cerca pigramente, con troppi giri a vuoto.

Il risultato è un patchwork di generi e di emozioni messi insieme in maniera improbabile. Si parte con un’infanzia a tre – in teoria la parte più cinematografica, flashback in cui la finzione ha più spazio -, romanzetto di formazione raccontato con banali stratagemmi narrativi, per dipingere la irrequieta ribellione di chi cresce con ragazze madri e come molti bambini e poi adolescenti non trova il suo spazio nel mondo.

Poi i ragazzi crescono – e sono i veri protagonisti della storia vera che si racconta, quella degli eroi che fermarono il terrorista Ayoub El Khazzani sul treno Thalys 9364 Amsterdam-Parigi – e l’opera si divide in due. Da una parte la versione brutta di Mangia Prega Ama – e già l’originale era infame – per il Grand Tour europeo di questi tre ragazzi statunitensi in cui il regista fa inquadrature promozionali da film commission e loro sono costretti a recitare battute imbarazzanti. Che magari saranno quelle che davvero avranno pronunciato Alek Skarlatos, Anthony Sadler e Spencer Stone nelle loro vacanze (qui soprattutto italiane), ma il cinema è finzione e poteva, doveva risparmiarcele il buon Eastwood.

L’altra parte, più action, si fa per dire – e in questo senso il titolo italiano con quell’“attacco al treno” è fuorviante e ingannevole (l’originale è un più neutro The 15:17 to Paris) – è limitata nel tempo e nella qualità. Troppo breve e troppo dozzinale, con una regia e una tensione emotiva e visiva scarsissime. Laddove dovremmo sentire quasi addosso dolore e paura, rimaniamo freddi. Eppure lì c’era un fatto reale, un uomo con 300 pallottole e 554 potenziali vittime fermato da due civili, una guardia nazionale e un marine di ritorno dall’Afghanistan. Ci doveva essere, su quel treno, il nostro mondo lacerato dal terrorismo e dalle nostre paure.

Intendiamoci, l’idea era rivoluzionaria e affascinante: raccontare un evento straordinario come un atto terroristico che trova in quattro eroi normali il suo annichilimento (4 feriti, tra cui Spencer Stone, il terrorista, il primo a intervenire, un cittadino inglese di nome Chris Norman e l’attore di Betty Blue Jean-Hugues Anglade, che meno onorevolmente si ferì rompendo il vetro dell’allarme) con i suoi veri protagonisti.

Destrutturare la mitologia e la mitopoiesi dell’eroe, soprattutto nella loro natura incardinata nel sogno americano, con un corto circuito rischioso e inusuale. Se si pensa a Sully, che aveva in Tom Hanks un grande interprete però, è quello che il regista di Gran Torino sta facendo in questa ultima parte della sua carriera. Il vero eroe non è giovane e bello, è normale e pure inadeguato. Perché eroe è chi capisce cosa deve essere fatto, e al momento giusto. Non un monolite fatto di talenti e valori puri, può essere un ragazzo che non ha ancora trovato la sua identità.

I tre, peraltro, non sono deludenti: si impegnano, non sfigurano, facce e carisma scenico funzionano, senza guizzi. È proprio il manico, quel Clint Eastwood che ci aveva abituato all’essenzialità e alla potenza visiva e narrativa, a venire a mancare. Sembra quasi cadere nella parodia e alla fine l’unica scena riuscita ha al centro la battuta che vale il prezzo del biglietto: una guida tedesca contraddice i tre dicendo che no, Berlino non l’hanno liberata gli Americani, ma i Russi, incalzando Hitler nel suo covo. E li deride con un azzeccato “non potete sempre prendervi il merito quando il Male viene sconfitto”. Battuta da commedia, appunto. Che non ci sarebbe dispiaciuta, sia chiaro. Ma non voleva essere tale Ore 15:17 – Attacco al treno. Forse.

Detto questo, con la valutazione arriviamo a una stella. Di stima. Non solo per la carriera da attore e regista al limite dell’infallibilità di Clint Eastwood, ma anche perché, in fondo, uno che negli ultimi quattro anni ha fatto tre film tanto diversi ma bellissimi come American Sniper, Jersey Boys e Sully, può anche permettersi un passo falso (non di più, che con i suoi 88 anni non è che può sbagliare troppo). Certo come diceva Harry Calla(g)han “ogni uomo dovrebbe conoscere i propri limiti”. Persino il cowboy dagli occhi di ghiaccio.