Sirens - Nicolas Jaar
Recensioni

Sirens
Nicolas Jaar


Finora, Nicolas Jaar aveva passato questo 2016 in silenzio, senza praticamente dare segni di vita, se non consideriamo l’apertura di una sorta di web radio. Adesso è finalmente chiaro il perché. Si era rintanato in un cocoon, lo stesso in cui è facile essere trascinati appena si inizia ad ascoltare Sirens. Il produttore ha creato un concept album, in sostanza, un flusso unico di coscienza che non ha sosta. E, diciamolo chiaro, ha sfornato un capolavoro. Sono sei pezzi in cui c’è davvero tanto, con quel sottilissimo mix tra analogico e digitale, polveroso e futuro, che il 26enne sa mettere sul piatto come pochi. Sei pezzi in cui Jaar corre libero in un campo apertissimo, dove si trova spazio per la batteria rock di The Governor e l’electro cumbia di No, per il free jazz. C’è un passaggio in Leaves, esattamente a metà album in cui si sentono due voci, una di un adulto e l’altra di un bambino che sembrano tratte da un filmino girato in casa. Non so se sono Jaar e suo padre, il fotografo Alfredo, ma mi piace pensare che sia così. L’adulto chiede, “Pongamos un poco de musica y bailamos, para hacer la pelicula mas entretenida?” (Mettiamo un po’ di musica e balliamo, per far diventare il filmino più divertente?, ndr). Il piccolo, neanche a dirlo, risponde: “Ya!”. E questa esclamazione, virtualmente, racchiude tutto il contenuto del disco. Con Sirens, Jaar si apre a un terreno nuovo, una deriva “suonata”. Mantenendo chiarissima la sua impronta e alzando di parecchio l’asticella per tutti coloro che giocano il suo campionato.

Questa recensione è stata pubblicata su Rolling Stone di ottobre.
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