Hardwired… To Self-Destruct - Metallica
Recensioni

Hardwired… To Self-Destruct
Metallica


Sono passati otto anni dall’ultimo album in studio dei Metallica. Ma è un periodo di poco conto a confronto del loro lungo tragitto verso questa resurrezione (in due dischi). Un viaggio che ha attraversato l’apocalisse irregolare di …And Justice for All del 1988 e l’energia intelligente di Metallica del 1991. Le tracce, spesso di lunghezza epica, sono quasi tutte scritte dal batterista Lars Ulrich e dal cantante e chitarrista James Hetfield e rappresentano delle sicurezze melodiche, composte da riff seriali e shock ritmici. Hardwired, Atlas, Rise! e Now That We’re Dead sono inarrestabili mulinelli iper-thrash di colpi tribali che staccano violentemente quando ci si avvicina al ritornello. Gli infuocati assoli di wah-wah di Kirk Hammett confermano la sua posizione tra i più armonici piromani dell’heavy metal. E dopo aver scavato sulla sua rabbia interiore nei primi anni di questo secolo, le parole di Hetfield si muovono su terreni conosciuti: i cattivi esempi di Halo on Fire e Moth Into Flame; i continui moti di arroganza e crudeltà che fomentano la vendetta in Here Comes Revenge. Fino al blitzkrieg di Spit Out the Bone, dove Hetfield immagina una Terra senza più uomini a causa della tecnologia che noi stessi abbiamo desiderato. Se lo state ascoltando dal vostro telefono, state molto attenti.

Questa recensione è stata pubblicata su Rolling Stone di dicembre.
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