Uptown Special - Mark Ronson
Recensioni

Uptown Special
Mark Ronson


I I tempi di Version sono ormai lontani: Mark Ronson non è più il nome nuovo su cui puntare più o meno a colpo sicuro, ma è diventato uno dei produttori più apprezzati e importanti di questi ultimi anni. Uno di quelli che vanno a braccetto con le star, e quando diciamo star intendiamo proprio quelle grosse grosse che andrebbero scritte sempre in maiuscolo. Quelle tipo Paul McCartney, per capirci. Uptown Special nasce con l’intento di rappresentare una vera e propria corazzata pop in rotta verso le classifiche di tutto il mondo e, ve lo diciamo subito, possiamo giocarci la pensione che non avremo mai sul fatto che farà sfaceli.

Il primo paragone che viene in mente, spontaneo, è quello con R.A.M. dei Daft Punk, di cui Uptown Special rappresenta l’upgrade meno disco – ma neanche troppo – e più funk, con Kevin Parker dei Tame Impala a fare il Pharrell, Bruno Mars, sempre a fare il Pharrell, e Stevie Wonder a fare, guarda un po’, Stevie Wonder, che è più o meno la stessa ragione per cui i Daft Punk avevano ingaggiato proprio Pharrell. Meno varietà, quindi, ma un maggiore focus sulla black music riveduta e corretta coi suoni laccati e massimalisti di oggi (non a caso ad aiutare Ronson sono scesi in campo alcuni dei giovani produttori più in vista del momento, come ad esempio Hudson Mohawke).

Il tutto unito a un approccio leggero, da intrattenimento puro, che non guasta e che rende l’album fruibile e divertente, come dovrebbe sempre essere. Uptown Special non è solo una parata di stelle e singoloni, ma un disco con una sua ragion d’essere e, visti i tempi che corrono, non è proprio cosa da poco.

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