The Pale Emperor - Marilyn Manson
Recensioni

The Pale Emperor
Marilyn Manson


In un evo lontano e dimenticato, confuso tra le nebbie del dopo-grunge e dell’alternativismo da mtv, Marilyn Manson fu il supercattivo dalla lente a contatto bianca e i denti in metallo, l’Anticristo terrore delle mamme, il Reverendo dalla dubbia morale e dai passatempi riprovevoli.

Insomma, un fumettone che quasi per caso era passato dagli Halloween party di provincia agli scaffali dei negozi di dischi (o meglio, visto il periodo, di cd). Non so se l’industria musicale di un tipo come lui sentisse realmente il bisogno; quello che so è che Marilyn Manson per qualche periodo funzionò. La sua carriera prese le mosse sotto i rispettabilissimi auspici di un tizio come Trent Reznor/Nine Inch Nails, che nello stesso periodo era riuscito a traghettare l’ormai stantio verbo industrial direttamente in hit parade. Non era un’affiliazione casuale, e anzi: se Reznor fu lo sdoganatore dei cupi presagi cari al vecchio industrial sia europeo che non, Manson ne fu la caricatura grottesca, una specie di versione “for dummies” non si sa quanto consapevole del modello originario. La fascinazione per il maligno dei Throbbing Gristle diventava con lui parodia-shock à la Alice Cooper, gli angosciosi panorami metropolitani di Foetus si trasformavano in farsa goth un pizzico gratuita, le disturbanti aberrazioni della Apocalypse Culture teorizzata da Adam Parfrey assumevano le tinte di un cartone Disney andato a male, ma pur sempre innocuo, alla lunga zuccherino.

Le provocazioni mediatiche, il trucco pesante, le pose depravate, trasformarono comunque Marilyn Manson in una rockstar: l’ultima di una lunga tradizione, mi dicono. Suppongo sia vero. Il gioco era condannato a durare poco sin da principio, o almeno così sembrava. Perché in realtà ci è voluto il 2009, vale a dire cinque anni fa appena, prima che la Interscope lo scaricasse con la più classica delle scuse: scarse vendite. Di sicuro, arrivati a quel punto la sua parabola risultava irrecuperabilmente… ehm, demodé: cosa mai se ne facevano, i freddi, liquidi e virtuali anni 2000, di questo soggetto che sembrava la media aritmetica tra il il metal da stadio di cattivoni come i Rammstein, il gothic chic di qualche emulo di Tim Burton, e la civetteria glam di un nostrano Renato Zero prima maniera? L’ha capito persino lui, il signor Brian Warner, che della sigla Marilyn Manson è principale o meglio unico depositario. Spogliato della sua immagine e dell’ormai rinsecchita lente a contatto bianca, gli è rimasta solo la musica. Tragedia.

THE PALE EMPEROR, il suo nuovo album, è un disco “blues”. Metto il termine tra virgolette, perché più che un omaggio alla musica del diavolo (aridaje), THE PALE EMPEROR è una somma di luoghi comuni e cliché burini, roba che a confronto Eric Clapton pare Alan Lomax. Cioè, è Manson stesso a confermare che il disco muove da sentimenti indissolubilmente redneck, da biker di provincia, e la musica giustamente segue di conseguenza: un RUOCK generico e generalista suonato a volume alto, ma non troppo, enfatico e borioso, pestone e apparentemente incazzatello, perché boh, Manson alla fine è uno cattivo, intesi? Comunque: l’iniziale Killing Strangers dura quasi sei minuti e il disco poteva sostanzialmente chiudersi qui, perché uno già lo sa che le tracce che seguono non faranno altro che reiterare la formula bluesaccio hard+ritmi industrial+testi con le parolacce. E infatti è una profezia che puntualmente si avvera: arrivati a metà disco, si è talmente anestetizzati da questa specie di Walmart Sound per camionisti maudit, che lo stomp meccanico di un pezzo come Slave Only Dreams pare quasi accettabile. Avete presente il consiglio che Linus rilasciava a questo giornale giusto un paio di mesi fa?

I dischi ascoltateli solo fino alla sesta traccia, tanto poi è tutto uguale e la migliore è comunque la seconda (in questo caso Deep Six, che in effetti suona proprio come “il classico Marilyn Manson che tutti aspettavate”). Ecco, seguitelo: vi eviterete la pochezza di brani come Cupid Carries A Gun e Odds of Even. THE PALE EMPEROR non è nemmeno un disco brutto: è un disco inutile, toh. È tutto così “nella media” che quasi ti dimentichi di averlo nel lettore. Perché mai dovreste perdere tempo ad ascoltarlo? Se proprio non potete fare a meno di opprimenti atmosfere da provincia redneck, ci sono pur sempre gli Swans.

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