Mad Max: Fury Road - George Miller
Recensioni

Mad Max: Fury Road
George Miller


Come descrivere l’incredibile palla di fuoco cinematografica che il regista George Miller ci tira in faccia con Mad Max: Fury Road? Potrebbe essere “Inferno su quattro ruote”, per l’ossessione automobilistica che pervade tutto il film. Sono passati 30 anni da quando Miller (che oggi ne ha 70) ha terminato la sua trilogia con Mel Gibson nei panni di Max Rockatansky, un guerriero della strada in cerca di vendetta per la sua famiglia assassinata dentro una distopica terra di nessuno governata da gang di motociclisti e fuorilegge capaci di ogni sadismo. Da allora, Miller – medico di pronto soccorso convertitosi in regista – è passato dal classico per famiglie Babe, maialino coraggioso ai pinguini animati dei due musical Happy Feet.

Bentornato, George. Ci eri mancato, nel regno del macabro e del bizzarro. Mad Max: Fury Road, la cui gestazione è durata a lungo, è un film adulto e fracassone, un epico inseguimento non-stop alimentato dal genio visionario di Miller e da un budget da 150 milioni di dollari. Se i piccoli fan di Happy Feet guardassero Mad Max, resterebbero traumatizzati a vita.

E allora, la pazza discesa lungo questa “Fury Road” ha senso? Non troppo. Quindi? Chi se ne frega. L’attore inglese Tom Hardy subentra a Gibson nel ruolo di Max, e lo fa con fierezza. Come annuncia nella prima scena: “Il mio nome è Max. Il mio mondo è fuoco”. Puoi dirlo forte, bello. Perseguitato da visioni della propria figlioletta perduta, Max è catturato da Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne, che interpretava già il malvagio Toecutter nel primo Mad Max), un signore della guerra fuori di testa che controlla i suoi sudditi attraverso la preziosa e rara acqua. I suoi soldati d’élite, i figli della guerra, si colorano il corpo di bianco, bevono latte materno per contrastare le radiazioni e si crogiolano nella fantasia di un erotico aldilà: “Io vivo, io muoio. Io vivo ancora!”.

La trama parte letteralmente in quarta quando la fida alleata di Joe, Furiosa (Charlize Theron) una guerriera con un braccio meccanico, diserta e si dà alla fuga su un camion corazzato con le cinque mogli procreatrici di Joe, interpretate da Rosie Huntington-Whiteley, Zoë Kravitz, Abbey Lee, Courtney Eaton e Riley Keogh (quest’ultima è la nipote di Elvis – non male come iconografia, no?). All’inseguimento si lanciano i figli della guerra, guidati da un bravissimo Nicholas Hoult. Il povero Max viene issato su una macchina in corsa, e usato come sacca di sangue per una cruenta trasfusione d’asporto.

Non c’è troppo spazio per l’esposizione, in una trama – firmata Miller, Brendan McCarthy e Nico Lathouris – che si riduce a tre parole: VAI! VAI! VAI! Il fatto che i personaggi ne emergano in un modo così vivido non è che un tributo alla bravura degli attori. All’inizio Hardy è nascosto dietro una maschera, simile alla museruola che indossava come Bane in The Dark Knight Rises. “Scommetto che non vedi l’ora di toglierti quella cosa dalla faccia”, dice Furiosa. Quando finalmente può guardarlo in volto, Furiosa forma con Max un legame basato tutto sugli sguardi. Dimenticatevi il dialogo. È quello che ha fatto anche Miller. Hardy e Theron come team fanno faville, ma lo spettacolo è tutto per Charlize Theron. È una bomba, in una performance sensazionale che mixa profondità e durezza e riesce a rappresentare il cuore dolente del film. Il tema femminista al centro di Mad Max potrà sorprendere i fan più sfegatati, ma è ciò che solleva il film al di sopra della mandria guidata dal testosterone.

Mentre Furiosa cerca la redenzione con Max al suo fianco, Miller continua a bombardare lo spettatore di immagini simili a una pioggia di meteoriti: da una feroce, immane tempesta di sabbia, ai figli della guerra che si catapultano in corsa da un veicolo all’altro, all’immagine disturbante di un tizio che schitarra di brutto mentre tutto il mondo va in fiamme. Miller mette da parte i green screen e gli effetti digitali: vuole che tutto sia vero. Il lavoro degli stuntman è perfetto, con corpi e veicoli che si schiantano contro un paesaggio tangibile e concreto. Il film è stato girato principalmente nel deserto africano della Namibia dal maestro John Seale (La tempesta perfetta, Il paziente inglese), che a 72 anni è stato trascinato da Miller fuori dal pensionamento per l’occasione.

E che razza di occasione! Dal montaggio da Oscar di Margaret Sixel, la moglie di Miller, agli ingegnosi costumi di Jenny Beavan, alla tumultuosa colonna sonora dell’olandese Junkie XL. Mad Max: Fury Road mi ha preso a schiaffi dall’inizio alla fine come pochi altri film. E prenderà a schiaffi anche voi. Preparatevi per un nuovo classico d’azione. Non capirete che cosa vi avrà investito.

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