Golden Years - Ali Eskandarian
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Golden Years
Ali Eskandarian


Forse non bisognerebbe dirlo sulle pagine di Rolling Stone, ma la figura del rocker oggi sembra un po’ fuori tempo – ok, il Boss suona ancora per una media di 3,2 ore a ogni concerto, ma avete capito cosa voglio dire. Chi può ancora sognare una vita di puro sesso, droga e rock&roll, oggi, nel disilluso XXI secolo? Forse, senza apparire insincero o, peggio, stucchevole, solo chi si è guadagnato questo diritto: per esempio, qualcuno che è dovuto scappare, perché il rock, nel luogo in cui è nato, è letteralmente illegale.

Il romanzo autobiografico Golden Years di Ali Eskandarian (nato in Florida nel 1978, cresciuto in Iran fino all’adolescenza, poi trasferitosi con la famiglia in Texas) arriva a noi con una storia alle spalle impossibile da ignorare: Eskandarian, approdato a New York nei primi anni Duemila con il sogno di vivere facendo il musicista (nei pochi video che si trovano su YouTube mi sembra possedesse sia carisma che talento – non meno di tanti musicisti più affermati, comunque) è morto nel 2013, durante una sparatoria in un appartamento in cui sono rimasti uccisi anche due amici che facevano parte della band Yellow Dogs, per mano di un ex membro della band che poi, a sua volta, si è suicidato. Tutti erano, come Eskandarian, di origini iraniane. Il fatto che avessero lasciato il loro Paese in nome della libertà, solo per trovare la morte negli Stati Uniti per mano di un connazionale, è un dettaglio amaramente ironico.

Quando Eskandarian è morto aveva 35 anni. Aveva già fatto in tempo a vedere i sogni di fine adolescenza – i golden years del suo arrivo in America – inaridirsi di fronte alla mancanza di successo e ai continui problemi di soldi. Come un Llewyn Davis in ritardo (il protagonista di A proposito di Davis, il bellissimo film dei fratelli Coen ispirato al cantautore anni ’60 realmente esistito Dave Van Ronk, che poteva diventare grande come Bob Dylan e invece è rimasto, beh, Dave Van Ronk) aveva solo odorato il riconoscimento che meritava, salvo ritrovarsi, qualche anno più tardi, più vecchio della media dei suoi compagni musicisti e ancora alla base della scala dello showbiz. Così, quando ha deciso di scrivere il suo romanzo on the road, ci ha messo dentro tanta droga e tanto sesso, ma non troppo rock&roll; probabilmente per una sorta di delusione verso l’intera scena. Nelle prime pagine, Eskandarian annuncia:

“L’inizio della fine arrivò con un breve tour in Inghilterra in apertura dei concerti di una vecchia leggenda della musica […]. Però ero circondato dal tanfo della morte. Era un sogno lucido, vigile, e dunque un’illusione che faceva ancora più male. […] Era tutto marcio fino al midollo. Non avevo quello che serve per arrivare in cima”.

Ma Golden Years ha un respiro più ampio: è un romanzo beat fin dal sottotitolo originale – An Iranian-American Beat Novel – nella sua capacità di raccontare con una prosa asciutta, che a tratti sa essere visionaria, le avventure di Eskandarian e del suo gruppo di espatriati, che come cani randagi girano per gli (assai poco spirituali) Stati Uniti in cerca di un pezzetto di sogno. La narrativa non è lineare: a capitoli sulla vita a New York e a Dallas, dove abita la sua famiglia – “Mi bastava guardare quel panorama per farmi venire un attacco di nausea. [Dallas] era il ponte verso quel luogo dove i sogni si infrangono e vengono riciclati in scintillanti bugie da servire ai sudditi leccapiedi” – si alternano capitoli sull’infanzia a Teheran e Shiraz durante la guerra tra Iran e Iraq: “Un bambino non può davvero comprendere la guerra. Perché, allora, dovrebbe riuscirci un adulto?”, si domanda Eskandarian.

E nonostante questo, Golden Years brulica di vita, di ambizione a un’eterna giovinezza che, per quanto impossibile da ottenere, non giustifica il fatto di fermarsi, mettere radici, abbandonare il proprio sogno. Nelle ultime pagine, Eskandarian rinnova i propri voti rispetto alla vita che ha scelto, anche se le nubi all’orizzonte – i soldi, le relazioni instabili, la droga – sono sempre lì, incombenti. La sua convinzione di avere già vissuto molte vite è in parte una consolazione: “Io devo essere quello che sono. So che sono già stato qui e ho scritto cose su papiro e pergamena […], so che ho fatto domande a gente esausta che vagava per porti perduti del tempo, ho studiato per il tempo di cento vite sotto la tutela di grandi maestri, allora perché non ricordo una sola parola?”. Con Golden Years, un classico di culto per diritto di nascita, questa autentica rockstar ha ottenuto il successo che ha inseguito rabbiosamente per tutta la vita.

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