A Deeper Understanding - The War on Drugs
Recensioni

A Deeper Understanding
The War on Drugs


Durante il periodo delle notti azzurre pensi che la fine del giorno non arriverà mai. Quando le notti azzurre volgono al termine (e finiranno, e finiscono) provi un brivido improvviso, un timore di ammalarti, nel momento stesso in cui te ne accorgi: […] l’estate è finita”.

È la “morte del fulgore”, nelle parole di Joan Didion, ossia la promessa dell’autunno, la stagione più celebrata e idealizzata dall’epos americano e da tutti i suoi cantori. Ed è questo il periodo perfetto per ascoltare il nuovo album dei War on Drugs (esce proprio oggi, quindi decidete voi se darci un taglio con i tormentoni estivi, o concedervi ancora un altro paio di nuotate).

A quattro anni da Lost in the Dream, la band di Adam Granduciel torna con A Deeper Understanding, disegnando la parabola che dall’offuscamento onirico si apre la strada verso un nuovo tipo di comprensione: ciò che esiste – come canta Adam in Strangest Thing – “tra la bellezza, il dolore e qualcosa di reale”.

È uno dei pezzi più belli dell’album, sette minuti pieni di dolente intensità synth e chitarra (con due poderosi assoli) e un manifesto personale di Granduciel, che si confronta apertamente con Dylan nella vocalità ed erige un monumento a se stesso nel video, aggirandosi con la sua faccia ruvidissima, le mani in tasca, il look da country man, il deserto appena conquistato e l’azzeramento di qualsiasi ironia.

Ma era difficile immaginarsi una “deeper understanding” ironica nei War on Drugs, anzi il nuovo disco fa piazza pulita di ogni contaminazione indie-pop per tornare a un’Americana di stampo classico (malinconica e psichedelica in Pain, sognante e ipnotica in Thinking of a Place, Springsteen-revisited in Hold On), e va bene così, finché avremo bisogno della loro epica sentimentale e rocciosa, di orizzonti sconfinati, del “Missouri in lontananza” e di tutti gli autunni che verranno.

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