Mi chiamo Sara, vuol dire principessa - Violetta Bellocchio
Recensioni

Mi chiamo Sara, vuol dire principessa
Violetta Bellocchio


Sara ha 15 anni, il suo corpo prende forma dentro la sua testa come una magnifica opera d’arte in via di definizione, i suoi pensieri lo modellano, la sua immaginazione lo plasma e lo restituisce al mondo per essere guardato: “Quella mattina io andavo bene. Ero molto, molto bella. Ero piccola e magra, tutta stretta. Avevo la mia minigonna a zebra, la mia maglietta nera nuova. La mia bocca era rossa, la mia lingua rosa, i miei denti diritti. Le mie caviglie sottili, le mie Superga nere”.

Per ora, questo succede solo nei bar di provincia. Siamo a Settimia, una cittadina del piacentino. “Sapevo che me ne sarei andata via presto”, dice Sara, “sentivo la linea che separava me da tutte le altre ragazze del mondo, e quella linea mi indicava la strada”. La strada sarà scappare di casa con le mance racimolate lavorando in una pompa di benzina e schiacciando le tette sui vetri degli automobilisti.

Sara lascia solo un biglietto ai genitori: “Vado a Roma per fare l’attrice di cinema, vi chiamo io quando mi sono sistemata”. Ma la vera meta è Milano, il vero obiettivo è Antonio, “Tony”, speaker di una radio privata e presentatore televisivo con velleità di produttore musicale.

È il 1983 – gli albori di Italia 1 e il boom del Festivalbar – l’inizio di un’epoca in cui i sogni di gloria di un’adolescente si riflettono nell’immaginario da videoclip, negli ingaggi da popstar costruite a tavolino (non serve saper cantare quando c’è il playback), nelle cartoline da santini glam da firmare ai fan o da vendere nelle edicole.

Sara e Tony si innamorano con l’irruenza di due animali, ed è così che amano chiamarsi – animali – si ripetono quella parola, se la gustano, si possiedono, edificano il culto del loro amore, la promessa del futuro: “Negli occhi avevo le immagini di tutto quello che potevamo avere insieme, io e lui. Ho visto stanze d’albergo, un letto sfatto, finestre aperte, il verde del mare”. Tony trasfigura Sara in Roxana, seguendo la scia luminosa della propria visione: una ragazza perfetta, intoccabile, una principessa bianca che cantava pop elettronico.

E Sara si affida con docilità a quella visione – smette di prendere il sole per conservare il candore della propria pelle, si infila in abiti luccicanti, sorseggia drink con la cannuccia – perché è proprio ciò che vuole sentirsi: una principessa, una rosa di vetro. Muta e bellissima. Molto lontana.

Violetta Bellocchio costruisce un personaggio denso, insieme ossessivo e sfuggente, e ha la bravura stilistica di modulare la voce di Sara dalla concitazione di un’adolescente smaniosa (tanto che all’inizio è persino difficile stabilire un’empatia) allo sfibramento dolente di chi comincia a intravedere nei propri sogni il meccanismo dopato che li ha generati.

Se le vacanze dell’83 – come cantano i Baustelle – sembravano sintetiche, quelle di Sara/Roxana scorrono nel delirio ansiogeno di una lunga tournée estiva in giro per i palazzetti dello sport, tra la complicità giovanile con i compagni di tournée (altre popstar in miniatura dai nomi esotici e dall’accento dialettale) e un principio di alienazione che le attanaglia lo stomaco, dagli occhi puntati sulla schiena quando si esibisce sul palco (“La furia con cui venivamo guardati”) alle gocce prese per dormire.

Le canzoni messe al juke-box (Tainted Love, China Girl, qualsiasi cosa degli Chic) sono la colonna sonora di un’estate infinita e il tentativo di costruirsi un senso di appartenenza attraverso l’educazione musicale; i segni incisi sui tavolini dei bar parlano di altre adolescenze spietatamente affini e remote (“Una linea pesante era rabbia, una linea leggera era noia, una linea interrotta era qualcuno che ti aveva tolto il coltello prima del tempo, peccato, cos’avresti potuto fare”).

Tony non è con Sara in quell’estate, il loro amore è un racconto che si lacera nelle telefonate a distanza, che insinua la possibilità del tradimento, che corrompe le promesse nella smania di doverle ribadire. Roxana canta per il futuro, le diceva Tony. Ma il futuro non ha più lo splendore abbagliante di una visione, e la fine dell’estate si trascina in un presente già guasto, dove niente somiglia a ciò che si era immaginato.

“Ti ricordi, in primavera, con quali favole per bambini poveri mi hai riempito la testa?”. Sara non è più una bambina, non è più un’adolescente, la linea che la separava da tutte le altre ragazze del mondo è un groviglio confuso di strade non percorse. Ma Bellocchio non si lascia sedurre dalla spirale micidiale (però facile) del disincanto, e regalerà al suo Requiem for a Dream della provincia italiana la possibilità di un’altra visione.

Altre notizie su: