La tenerezza - Gianni Amelio
Recensioni

La tenerezza
Gianni Amelio


“Ho due figli ed è successa una cosa strana: quando sono cresciuti ho smesso di amarli”. Sono in questa frase il senso profondo e le potenzialità, espresse e inespresse, de La tenerezza, ultimo film di Gianni Amelio. In una frase bellissima, inaspettata e spiazzante di un Renato Carpentieri che con la sua magistrale interpretazione copre anche le pecche di una sceneggiatura e soprattutto di dialoghi non all’altezza, senti la forza dell’intuizione alla base di un’opera lontana dagli ultimi sconclusionati e mediocri lavori – Il primo uomo e L’intrepido – di un autore che da troppo tempo vediamo perso alla ricerca della felicità di visione e di racconto della prima parte della sua carriera. E lì troviamo anche le lacune di una narrazione che non trova una sua centralità, una sua disciplina, una sua pienezza. Quella frase, che meritava di far respirare gli attori con dei silenzi, viene poi coperta da un dialogo tenuto a galla da una Micaela Ramazzotti costretta in un personaggio sbagliato e che lei riesce a illuminare, con talento, solo a tratti.

Delude con riserva Gianni Amelio, perché quando hai l’impressione, dopo un prologo troppo lungo, di assistere alla terza caduta di un declino inesorabile, sa stupirti. In una scrittura zoppicante si fa largo un soggetto interessante, uomini e donne spezzati che sono puzzle con troppi pezzi mancanti, alla ricerca di un ancora di salvezza nel vicino di casa. La discontinuità del film si vede anche nel disegno dei personaggi: troppo compresso un pur bravo Elio Germano – il suo padano frustrato e razzista trova credibilità solo nelle sue sfumature, nella sua cadenza, nei suoi sguardi bambini e disperati -, troppo conciliato e conciliante per il misantropo che vorrebbe essere quel padre solitario, alla ricerca di una famiglia altra rispetto a quella che è cresciuta con l’ostinazione di piacergli e, forse, assomigliargli troppo.

Il regista sa come raccontare i personaggi secondari, da sempre: così trovi la forza in un piccolo nipote espressivo e impertinente – Renato Carpentieri junior, bella faccia e ottima capacità di tenere testa al nonno mattatore, omonimo del protagonista ma a cui non lo lega alcuna parentela -, in un infermiere accondiscendente, in un’amante delusa. Ma poi quando il cuore della storia si avvicina, sembra non saperlo domare. Mezzogiorno e Zeno, figli amati da lontano, ce la mettono tutta, ma sono scritti senza coraggio, prendono, nelle loro parole e nella loro rabbia, scorciatoie emotive troppo ovvie, soprattutto per un film con un colpo di scena così lacerante in medias res. Quella forza che Amelio aveva da giovane, capace come pochi di essere anarchico e disciplinato nel percorrere vite diverse e difficili, ora sembra svanita, la vediamo risorgere in poche scene e in alcune battute di sorprendente bellezza, in una fotografia che accarezza Napoli ma non la “sente” (a causa di una regia timida con una città che in fondo vuole farsi largo tra i protagonisti, motore silente di una rivoluzione distruttiva), in un vorrei ma non posso, o forse non riesco più, che fa male. Fa recitare bene gli attori, ma in parti incompiute, sa prenderti a schiaffi con un’immagine, ma senza portartela dentro.
La tenerezza è cercata, a volte ostentata, ma incredibilmente efficace solo quando è davvero negata, quando una quotidianità apparentemente scontata squarcia il velo delle ipocrisie che l’autore tiene strette a sé, come una coperta di Linus. E allora sono un nonno bambino e un bambino adulto (“voglio tornare a scuola” dice il secondo, “rapito” durante l’orario scolastico) a darci qualcos’altro, una Maria Nazionale delusa a emozionarci, un Carpentieri che da grande interprete lo spazio per qualche finezza se lo prende da solo.

E, alla fine, inevitabilmente, senti che è proprio il timoniere di questo film inespresso a essere il punto debole. Incapace di aprire tutte le sue vele e allo stesso tempo senza il coraggio di navigare controvento. La sua velocità di crociera mal si concilia con il naufragio emotivo, antropologico e parentale che vuole raccontare. E anche lo spettatore, alla fine, annega nel torpore di questo racconto sbagliato.

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