La Stanza Profonda - Vanni Santoni
Recensioni

La Stanza Profonda
Vanni Santoni


La stanza profonda di Vanni Santoni (Laterza Solaris, 149 pp) non è un libro perfetto, straordinario o imperdibile; è un libro sincero, vero, un libro che parla ad ogni adolescente (per la sua vena appassionata) e a ogni pioniere del gioco di ruolo. È un libro che parte da lontano e che si avvicina lentamente, zoomando, mettendo a fuoco, giocando con la prospettiva, al presente. C’è chi parla, e ci siamo noi: lettori e lettrici, appassionati e meno appassionati; convinti sostenitori del gioco di ruolo da tavolo, della fantasia, della voglia di raccontare e, pure, di vivere le nostre avventure. C’è un mondo inesplorato, un mondo antico solo poche decine di anni, che affonda le sue radici nel passaparola, nei sottoscala polverosi e puzzolenti, che sa di stantio, di già visto, di pregustato. E che comunque esiste.

Santoni è bravo nel (ri)costruire le tappe del viaggio di ogni ex-adolescente, nel punzecchiare – anche nel vivo, spesso – i ricordi di una giovinezza passata a scuola, nel rischio di soccombere e di essere presi in giro, e nel dare dignità a una categoria spesso ignorata, che è quella dei players, dei giocatori, di chi oggi si ritrova dall’altra parte della barricata.

La stanza profonda non è solo quella della storia, del libro; la stanza profonda diventa una piazza, un posto in cui tutti – tutti quelli che, bene inteso, hanno giocato almeno una volta nella vita a D&D – si possono ritrovare. E la narrazione, puntellata di sospensioni, ricordi, di discorsi diretti e indiretti che si frammentano, rincorrono e che si riacchiappano solo in corsa, mentre li stiamo già leggendo, diventa un filo lunghissimo di pensieri, di sensazioni e di suggestioni. I bambini di ieri e gli uomini di oggi. I gruppi di una volta, chi eravamo e cosa pensavamo; e quello che ne rimane. Una stanza, sì. Piena di scatoloni e di giocattoli, piena di mappe – che bella tutta la descrizione delle mappe, e che bella quella sui dungeon, sulla loro intraducibilità, sulla loro importanza in ogni storia – e di dadi multifaccia e colorati.

Quel che conta – scrive a un certo punto Santoni – è giocare”. E non solo quello. È importante vivere, stare insieme, è importante trovare i propri simili, conoscerli e riconoscersi. Quel che conta è giocare. Basta questa frase per capire il senso – che c’è, e che è profondo – di questo libro.

La stanza profonda non è solo un romanzo, o solo un puzzle di immagini e di situazioni. È un memoir, una guida, un manuale del giocatore (e, di nuovo, dell’ex-adolescente). È bello. E non è perfetto. Perché Santoni, spesso, si perde: troppe parole, alcune che stonano, altre che non si inseriscono come dovrebbero nella musicalità – anche quella conta, credetemi – dei dialoghi. Alcuni passaggi richiedono una pausa; altri sono così scorrevoli e così piacevoli che finiscono velocemente, risucchiati dal movimento delle labbra o dai pensieri del lettore (succede spesso di ripetersi “è vero” o “è così”).

La stanza profonda, tra i dodici finalisti del Premio Strega 2017, non ci prova nemmeno – come invece fanno altri libri – ad essere “il grande romanzo italiano”. Oppure sì. Ma lo fa così sottilmente, così inconsciamente, che non stona. C’è Vanni – chi scrive – e ci siamo noi, un’altra volta. E siamo insieme, tutti sulla stessa barca. A tirare dadi, a parlare, a rivedere la mappa. Pronti, ancora una volta, per scendere in un dungeon.

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